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Donald Trump al netto del sessismo e delle cazzate: il suo programma elettorale

di Admin 

trump

Come premessa, una parte del recente comizio di Trump a Palm Beach che tratta di media-potere-globalizzazione-lavoratori:

 

L’establishment di Washington e le società finanziarie e i media che lo finanziano esistono per una sola ragione: per proteggere ed arricchire loro stessi.

L’establishment si gioca migliaia di miliardi di dollari in queste elezioni. A titolo di esempio, soltanto uno degli accordi commerciali con l’Europa che vorrebbero far passare vale migliaia di miliardi di dollari, controllati da molti paesi, società e gruppi di pressione.

La classe politica (nota bene: si riferisce anche ai repubblicani) ha portato alla distruzione delle nostre fabbriche e dei nostri posti di lavoro, dirottati in Messico, in Cina e in altri paesi in tutto il mondo. I dati sull’occupazione appena pubblicati rimangono deboli. Il nostro prodotto interno lordo è appena sopra l’1%. E sta calando. I lavoratori degli Stati Uniti stanno producendo meno di quanto si produceva quasi 20 anni fa, ma stanno lavorando di più.

Si tratta di una struttura di potere globale responsabile delle decisioni economiche che ha impoverito la nostra classe operaia, spogliato il nostro paese della sua ricchezza e messo quei soldi nelle tasche di un pugno di grandi società, lobbies e gruppi politici.

Basta guardare a quello che questo establishment corrotto ha fatto delle nostre città, come Detroit e delle città rurali in Pennsylvania, Ohio, North Carolina e in tutto il nostro paese. Date un’occhiata a quello che sta succedendo. Hanno spogliato queste città. Le hanno saccheggiate e hanno portato i posti di lavoro lontano dal nostro paese.

La macchina dei Clinton è al centro di questa struttura di potere. L’abbiamo visto chiaramente nei documenti di Wikileaks, in cui Hillary Clinton ha incontri segreti con le banche internazionali come Goldman Sachs (nota bene che l’unico banchiere di Goldman Sachs che ha tentato di fare una donazione per Trump è stato sospeso dal suo incarico) per pianificare la distruzione della sovranità degli Stati Uniti, al fine di arricchire questi poteri finanziari globali di cui condivide gli interessi e che sono i suoi finanziatori.

Sì è vero, l’ho detto nell’ultimo faccia a faccia con lei in TV e lo ripeto: questa donna dovrebbe essere rinchiusa in galera.

E allo stesso modo le e-mail di Wikileaks mostrano che la macchina dei Clinton è così strettamente e irrevocabilmente legata alle organizzazioni dei media che, ascoltate bene, si evince che durante il periodo dei suoi dibattiti con Bernie Sanders le sono state date le domande in anticipo, mentre a Sanders no!

Con questa elezione si deciderà se siamo una nazione libera o se abbiamo solo l’illusione della democrazia ma siamo di fatto controllati da un piccolo gruppo di “interessi particolari” globali che stanno manipolando il sistema politico e democratico. L’establishment e i loro sostenitori dei media controlleranno questa nazione con mezzi che sono molto ben conosciuti. Chiunque sfida il loro controllo è condannato come eversivo, sessista, razzista, xenofobo, moralmente deforme.

Mai nella storia abbiamo visto un insabbiamento come quello di cui gode “crooked Hillary”, la distruzione totale di 33.000 e-mail, la distruzione di i-Phone, alcuni anche con il martello, computer portatili, interi fascicoli di prove mancanti e molte, molte altre cose.

La nostra grande civiltà, qui in America e in tutto il mondo civile è giunta alla resa dei conti. Lo abbiamo visto nel Regno Unito, dove hanno votato per liberarsi dal governo europeo di burocrati falliti, dalle politiche fallimentari sull’immigrazione che hanno azzerato la loro sovranità sulla questione. Ma la base centrale del potere politico mondiale è proprio qui, in America: il nostro corrotto sistema politico è il più grande potere che appoggia gli sforzi per una globalizzazione radicale e per la privazione dei diritti dei lavoratori. Le loro risorse finanziarie sono praticamente illimitate, le loro risorse politiche uguale, i loro mezzi di comunicazione sono senza pari, e, soprattutto, la profondità della loro immoralità è assolutamente senza limiti.

Hanno corrotto anche il direttore del FBI, al punto in cui già pare che i grandi, grandissimi uomini e grandissime donne che lavorano per l’FBI sono nell’imbarazzo e nella più grande vergogna per quel che questa persona ha fatto alla nostra grande istituzione, la stessa FBI.

Nella mia “vita precedente” ero un insider, come tanti altri. E sapevo cosa vuol dire e so ancora cosa vuol dire essere un insider. Non sempre è stato bello, ma non è poi così male, e soprattutto quella esperienza ora mi è di grande aiuto. Ora sono stato “punito” per essere uscito dallo specialissimo club e per avervi rivelato le cose terribili che stanno accadendo nel nostro paese. Proprio poiché facevo parte del club, penso di poter risolvere il problema.

Se permettiamo a questa distruttiva campagna dei Clinton di funzionare, allora non ci sarà nessun altro che possa giungere a traguardi significativi. Quando si vede, ad esempio, sul commercio, che perderemo quasi 800 miliardi di dollari solo quest’anno, un deficit commerciale di quasi 800 miliardi di dollari! Incredibile!

Anche gli esperti, anche i media, che per i loro motivi sono assolutamente avversi a Donald Trump, non riescono a non ammettere che il nostro, oggi, è un movimento di cui non si è mai visto niente di simile. Ed è un movimento sui veterani che hanno bisogno di cure mediche, sulle madri che hanno perso i loro amati figli per il terrorismo, il crimine e le guerre, sulle città dell’interno e sulle città di confine che hanno disperatamente bisogno di aiuto, sugli americani che non trovano posti di lavoro perché l’occupazione si è spostata in Messico e in molti altri paesi.

Questa elezione è sulle persone schiacciate da Obamacare. E sulla necessità di sconfiggere l’ ISIS e nominare una Corte Suprema e un giudice della Corte Suprema col compito di difendere e proteggere la nostra Costituzione.

Questa elezione è anche sugli afro-americani e ispanici-americani, di cui dicono che io non abbia simpatia, le cui comunità sono state gettate nella criminalità, nella povertà e nel degrado delle scuole dalle politiche corrotte di Barack Obama e Hillary Clinton.

Nei centri urbani oggi l’istruzione non vale niente, ed è una cosa orribile. Common Core è alla fine.

Se si guardano i quartieri poveri delle città si vede una pessima istruzione, e non c’è lavoro, nessuna sicurezza. Vai a fare la spesa con tuo figlio e ti sparano. Esci di casa per vedere cosa sta succedendo, e ti sparano. A Chicago 3.000 persone sono state assassinate dal 1 ° gennaio. Tremila! Non abbiamo intenzione di lasciare che accada ancora. I nostri centri urbani sono quasi al minimo storico.

Quindi non hanno lavoro, hanno un sistema educativo orribile, non hanno sanità e sicurezza. A questo punto chiedo alla comunità afro-americana: che diavolo avete da perdere? E’ davvero Donald Trump che vi fa così paura?

Voteremo per il paese che vogliamo, voteremo contro i loro “interessi particolari” e augureremo loro buona fortuna dicendogli: siete stati cacciati dal potere! Hanno tradito i nostri lavoratori, hanno tradito i nostri confini e, soprattutto, hanno tradito le nostre libertà. Salveremo i nostri diritti sovrani come nazione. Porremo fine alla politica del profitto, al governo degli “interessi particolari”, alla rapina dei nostri posti di lavoro da parte di altri paesi, porremo fine alla totale privazione dei diritti dell’elettore americano e del lavoratore americano. Il nostro Giorno dell’Indipendenza è a portata di mano, e finalmente arriva, l’8 novembre è ormai vicino.

Unitevi a me per riprenderci il nostro paese e creare un nuovo futuro luminoso, glorioso e propspero per il nostro popolo. Faremo di nuovo grande l’America, e accadrà presto.

 

PRINCIPALI PUNTI DEL PROGRAMMA

INTERNI

1 – Emendamento costituzionale per mettere un termine massimo di rielezione alle Camere (ad esempio il Senato USA è una casta inviolabile di gente che è lì anche da 40 anni, come John Mc Cain, e che tramanda di padre in figlio in nipote).

2 – Blocco delle assunzioni dei dipendenti federali, esclusa la sanità pubblica e le forze di polizia.

3 – Divieto quinquennale per i dipendenti della Casa Bianca e del Congresso che lasciano il servizio, prima di potersi impiegare come lobbisti. Divieto a vita per i dirigenti della Casa Bianca che hanno fatto lobby per Stati esteri e divieto assoluto a lobbisti esteri di dare fondi per le elezioni americane.

4- Cancellare i miliardi di dollari di quota da versare all’ONU sul cambiamento climatico per trasferirli totalmente al riammodernamento della rete idrica e alle strutture ambientali americane.

5 – Immigrazione: espulsione progressiva di due milioni di immigrati illegali che hanno commesso reati sul suolo americano e cancellare i visti d’entrata in USA agli Stati esteri che non accettano di riprenderseli indietro. Sospendere in modo provvisorio l’immigrazione da aree del mondo attualmente fagocitate dal terrorismo. Finanziare la creazione di un altro muro al confine con il Messico. Eliminazione delle “città-santuario” dove le amministrazioni municipali impongono alla polizia locale di non chiedere nemmeno lo status di “cittadino”.

6 – Fisco: piano economico di forti riduzioni e semplificazioni fiscali specificamente per la classe media. Una famiglia di classe media con due figli avrà un taglio fiscale del 35%. Il numero di scaglioni fiscali sarà ridotto 7 a 3. L’aliquota per le imprese sarà ridotta dal 35% al 15%. Favorire il rimpatrio di migliaia di miliardi che le multinazionali americane hanno all’estero con una tassa del 10%. Abolire la tassa sull’eredità. Il livello attuale del 35% sui profitti delle imprese , il piu’ alto al mondo, sarà portato al 15%. Eliminazione della Corporate Alternative Minimum Tax.

7- Cancellare l’Offshoring Act, legge che facilita le aziende a delocalizzare la produzione all’estero licenziando i lavoratori americani ed imporre pesanti multe per scoraggiare il fenomeno in futuro. Negli ultimi 15 anni sono almeno 60 mila le fabbriche americane che hanno dovuto chiudere a causa di questo fenomeno, circa 5 milioni di lavori industriali distrutti.

8 – Infrastrutture: partnership pubblico-private volte a stanziare più di mille miliardi di dollari in 10 anni per riparare le infrastrutture senza che lo Stato possa prelevare imposte da tale provvedimento.

9 – Scuola: restituire ai genitori la scelta sull’indirizzo scolastico dei figli e dare la supervisione delle scuole alle comunità locali.

10 – Sanità: abolizione dell’Obamacare, creazione di conti di risparmio sanitari esentasse per minori, anziani e famiglie a basso reddito, ordinare agli Stati Federali il compito di gestire i fondi Medicaid. Dedurre le spese sanitarie per bambini e anziani dalle imposte. Incentivare i datori di lavoro a fornire asili-nido aziendali. Riduzione dei prezzi dei farmaci.

11- Banche: reintroduzione del Glass-Steagall Act del 1933 per separare le funzioni delle banche, legge abolita da Bill Clinton nel 1999 la cui assenza ha causato la crisi dei subprime nel 2007

ESTERI E COMMERCIO ESTERO

1- Revisione della NATO e in generale della partecipazione americana all’alleanza occidentale. Gli alleati non potranno contare su una difesa o un coinvolgimento automatico da parte degli Stati Uniti. Costruire un dialogo con Mosca per sconfiggere il terrorismo e nell’ottica di una visione di mondo multipolare. Porre fine all’attuale strategia dei “cambi di regime” nei paesi del Medio Oriente.

2- Rinegoziare il trattato commerciale NAFTA (con Canada e Messico) a condizioni più favorevoli oppure ritirarsi.

3- Ritiro dal Trans-Pacific Partnership (12 paesi tra cui Canada, Australia, Giappone e Brasile), che non è ancora in vigore.

4- Opporsi al TTIP con l’Unione Europea.

5 – Direttiva al Segretario del Tesoro e all’US Trade Representative per identificare e condannare gli abusi commerciali di Stati esteri (in particolare Cina e Germania) esportatori che danneggiano pesantemente la produzione interna ed i lavoratori americani, portando anche avanti cause commerciali tramite la World Trade Organization. Aumentari i dazi sui prodotti importati (fino al 40% nei confronti della Cina).

 

 

 

Bernard Connolly: “Il cuore marcio dell’Europa”

di Admin Flà

Bernard Connolly è un economista britannico, liberista, libertario, thatcheriano duro e puro, e dato che molto spesso quando si parla delle critiche all’euro e/o all’intera costruzione europea si parla più spesso di economisti di orientamento keynesiano, questa è la classica testimonianza che il tema in questione va ben aldilà anche degli orientamenti accademici degli economisti che spesso, purtroppo, sfociano in un qualcosa più vicino ad un vero e proprio credo religioso, senza cioè quella flessibilità mentale che necessiterebbe il dibattito sulle analisi dei problemi economici dell’eurozona in special modo dal 2008 in poi.

Connolly sa bene di cosa parla, perchè fu membro dell’unità responsabile degli studi monetari per la Commissione Europea proprio ai tempi della costruzione dell’euro.

Quei tempi, quindi, li ha vissuti in primissima persona. Ha visto e sentito di tutto.

Ebbene, Connolly alla fine del 1995 fu da essa licenziato e addirittura mandato a processo per aver appena pubblicato il suo saggio “The Rotten Heart of Europe”, nel quale denunciava i comportamenti ‘criminosi’ di chi prima aveva gestito lo SME e a quel tempo stava implementando l’euro. Si appellò in seguito alla Corte di Giustizia Europea, ma il suo appello non ebbe successo.

Tanto per farvi capire com’era l’antifona già allora…

Il suo saggio, insieme ad alcuni altri lavori tra i quali spiccano quelli di Martin Wolf e Martin Feldstein, fu decisivo nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai fini della rinuncia del Regno Unito all’ingresso nell’euro. Dopo quella vicenda, Connolly, quasi sparì dalla circolazione per anni, ma con lo scoppio della crisi molta gente si ricordò di lui, e così Connolly ricominciò ad entrare nel dibattito.

Per Connolly, l’euro è il principale responsabile del declino dei paesi europei, specialmente quelli del Sud.

Nel 2011 ha rilasciato un’intervista alla TV di Stato olandese in cui ripeteva un po’ di concetti elencati nel suo saggio ed analizzava la situazione di quei giorni. Il 2011 infatti, come tutti ormai saprete, fu un anno fondamentale per capire certe dinamiche…

Rileggendole oggi, a fine 2016, le sue parole in quell’intervista risultano perfettamente attuale, se non per il fatto che all’epoca la BCE non aveva ancora implementato strumenti quali ad esempio LTRO e QE, quindi qualche cambiamento di qualche cifra di alcuni suoi calcoli nel frattempo si è verificato, ma nemmeno tanto. E comunque non toglie niente al valore che quelle parole hanno ancora oggi.
Il punto clou dell’intervista è l’attacco diretto alla tesi secondo la quale si possa uscire dalla crisi dell’euro facendo le tanto decantate #riformestrutturali, cioè soprattutto aumentando la produttività, cosa che detta da un liberista come lui ha un valore ancor più significativo.

La sintesi del suo pensiero è che chiunque oggi al governo in Europa, specialmente nei paesi del Sud, se davvero intende risollevare il suo paese deve PARTIRE obbligatoriamente dall’abbandono della moneta unica unica, perchè questo è l’unico modo per spazzare via la nomenclatura europea che è formata da persone il cui solo interesse è, grazie soprattutto alla sola esistenza della moneta unica, quello di proteggere loro stessi, e gli interessi di queste persone sono totalmente opposti agli interessi delle popolazioni.

 

Trascriviamo quindi questi circa 6-7 minuti d’intervista rilasciata alla TV olandese nel 2011:

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” Potrebbe il blocco tedesco (Germania-Austria-Olanda-Belgio-Finlandia, ndr) uscire dall’euro? E cosa potrebbe succedere? Beh, l’euro rimanente per gli altri, ammesso e non concesso che resista in seguito alla speculazione, diventerebbe legittimamente molto più debole, perchè rifletterebbe condizioni simili alle economie di Italia, Francia, Spagna e Portogallo molto più di quanto faccia ora.

I paesi del blocco tedesco nel frattempo usciti avrebbero così valute considerevolmente apprezzate rispetto a quanto hanno oggi con l’euro, e dato che soprattutto la Germania ha enormi surplus delle partite correnti è del tutto normale che abbia una valuta molto più forte. Questo è logico, e sarebbe inoltre molto positivo per gli aggiustamenti globali.

L’euro è l’espressione di un’ambizione che è soltanto politica e che è stata volontariamente camuffata da espressione economica.

Venti anni fa il messaggio di propaganda della Commissione Europea era che la moneta unica avrebbe permesso ai paesi aderenti di aumentare la propria prosperità, anticipare i benefici ultimi dell’essere in un grande mercato unico e aumentare la stabilità finanziaria e politica. Ma è davvero difficile per me pensare che qualcuno ci abbia mai creduto sul serio, e se qualcuno l’ha fatto, beh, lasciatemi dire che è un pessimo economista. Era chiaro dal primo momento che unendo paesi con così diversi standard di produttività, standard di vita e di sviluppo economico, in un’istituzione monetaria valida per tutti e per questo adatta pressochè a nessuno, non poteva funzionare ed avrebbe creato enormi problemi.

La crisi finanziaria prima e la crisi del debito sovrano poi, sono state solo la sintesi dei problemi reali di bolle che la sola esistenza dell’unione monetaria ha creato. Bolle immobiliari e di capitale domestico soprattutto. Queste bolle sono state letteralmente esacerbate, sono state rese peggiori dall’idea deliberatemente inculcata dalle autorità politiche fedeli alle autorità di Bruxelles che semplicemente facendo parte dell’euro sarebbero svaniti i premi-rischio, come ad esempio che il 4% di interessi in Grecia valesse quanto il 4% in Germania. E’ un’assurdità totale!

Il problema è che se un paese non può più disporre della sua moneta, che cosa succede? Che possibilità ci sono che queste divergenze possano essere contenute senza meccanismi di aggiustamenti tramite trasferimenti fiscali dai paesi più beneficiati a quelli più penalizzati dalla moneta unica? Assolutamente nessuna, anche perchè, di fatto, alcuni paesi sono già insolventi.

Il Portogallo, ad esempio, ha un debito estero al 235% del PIL e che continuerà a peggiorare rapidamente con buona pace del FMI. Il paese è di fatto insolvente all’interno dell’euro. Lo stesso vale anche per Grecia e Spagna, e verosimilmente presto anche per Francia e Italia. La vastità delle cosiddette ‘riforme strutturali’ che questi paesi dovrebbero fare per uscire da questo disastro sono semplicemente impensabili da attuare.

Ho calcolato, ad esempio, che la Grecia per risolvere i suoi problemi via riforme strutturali dovrebbe aumentare la sua produttività più del 100%! Che posso dirvi, possiamo anche sederci e pregare che accada, ma non accadrà mai. Pertanto la convinzione tedesca che serve l’austerità per questi paesi non porta da nessuna parte. La Germania però sa bene che al livello di squilibri in cui è arrivata l’eurozona, a loro conviene così perchè altrimenti le opzioni rimanenti sono peggiori per loro.

Una è che escano loro dall’euro o esce qualcun altro, e ciò comporterebbe l’aumentare il livello dei prezzi delle merci tedesche anche del 70% in 5 anni. Con tassi d’interesse allo 0% o addirittura negativi vorrebbe semplicemente dire espropriare i cittadini tedeschi.

Un’altra: si fa la redistribuzione fiscale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, e a quel punto la Germania dovrebbe pagare una cosa come l’8% o anche il 10% del PIL agli altri membri dell’eurozona. Ogni anno. Per sempre.

Quindi il governo tedesco deve mettersi in testa una semplice cosa: che benchè tutte le vie d’uscita da questo casino siano disastrose, la meno disastrosa sarebbe certamente quella di rompere l’eurozona. Il problema è che questo andrebbe contro le loro ambizioni politiche di “dominio” in Europa che hanno portato avanti negli anni.

Senza aggiustamenti, tutti o quasi vanno in bancarotta, e i loro creditori non ottengono nulla. Oppure invece si fanno aggiustamenti tramite depressione e deflazione, ma i paesi periferici vanno in bancarotta uguale e i loro creditori non ottengono comunque nulla. Rimane quindi la redistribuzione fiscale, che però è impossibile anche solo pensarla visto l’ammontare di cui dovrebbe farsi carico la Germania… beh, allora che altro rimane? Si potrebbe aumentare la competitività dei paesi periferici attraverso un massiccio deprezzamento dell’euro? Si, in teoria si, ma quanto dovrebbe essere il deprezzamento dell’euro tenendo conto che varrebbe per tutti ma che tutti necessiterebbero di un valore diverso? Secondo i calcoli che ho fatto, nel caso della Grecia l’euro dovrebbe scendere a 34 centesimi sul dollaro, per la Spagna a 38 centesimi. Dall’altro lato della medaglia, ovvero in Germania, con un saldo delle partite correnti tale, l’euro dovrebbe andare a 2,35 sul dollaro. Questo intervallo tra 0,34 in Grecia e 2,35 in Germania credo indichi come meglio non si potrebbe il perchè è impossibile che l’euro funzioni.

Non è assurdo che ad esempio Germania e Olanda condividano una moneta, ma è certamente assurdo che lo facciano Germania e Spagna. Avrebbe senso se la Germania insieme ai suoi “satelliti”, mi si lasci passare il termine, lasciassero l’euro così come avrebbe senso per i paesi del Sud.

Io sinceramente fatico a vedere una via d’uscita con non lasci strascichi per nessuno, tantomeno per la Germania. Francamente, ho paura. C’è un blocco permanente i cui interessi, insieme, hanno prodotto un sistema i cui effetti sono perversi, e un giorno bisognerà attribuire a queste persone un certo grado di colpa. Tutti agiscono nell’ interesse personale in una qualche misura, ma non si può chiudere un occhio per non guardare a quello che sta accadendo nei paesi dell’Europa del Sud e pensare che in fondo ‘eh pazienza, non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo’. Questo non ha nulla a che fare con l’economia, con la politica, con i principi di solidarietà con cui l’Unione Europea si riempie la bocca e con il principio di “uguali nelle diversità” con cui l’Unione Europea è nata. Questa è soltanto perversione morale!

E questo è, appunto, l’atteggiamento delle autorità europee, ovvero del non poter fare la frittata senza rompere qualche uovo. Peccato che le uova in questo caso si traducono con la sofferenza ingiustificata di milioni di persone per un frittata che si traduce miseramente con un ‘beh, domineremo il mondo lo stesso’. “

(NUOVO TESTAMENTO). DOPO L’EURO: COSA FARE NELL’IMMEDIATO. SETTE LINEE GUIDA E VENTI SUGGERIMENTI

di Admin Flà, Admin Gian, Admin Zan

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LINEE GUIDA

1) FINALITA’ DELL’USCITA. Con “uscita dall’euro” si intende il pieno riscatto della sovranità economica del paese riprendendo il pieno controllo della leva valutaria, lasciando fluttuare liberamente il tasso di cambio nominale sui mercati facendo in modo che rispecchi il reale andamento dell’economia. Si intende il ristabilire la piena sovranità politica e democratica sul potere tecnocratico basato sul cosiddetto “vincolo esterno”, lasciando al potere esecutivo indicato dagli elettori attraverso il normale processo democratico la facoltà di determinare nuove parità qualora si renda necessario in particolare come strumento di difesa nel caso di shock esogeni, che siano essi determinati da crisi economiche alle quali il paese sia particolarmente esposto o da politiche commercialmente aggressive di altri paesi, con l’unico obiettivo di favorire un percorso di crescita equilibrato che sia guidato da un’economia basata sui salari e non sul debito, favorendo la competitività. Si intende inoltre il pieno riscatto della sovranità fiscale e legislativa, riottenendo l’autonomia indispensabile per poter attuare ogni decisione a tutela del welfare, del lavoro, dell’impresa pubblica e privata.

 

2) BANCA CENTRALE IN SIMBIOSI CON IL POTERE ESECUTIVO. Riaffermare il principio cardine interrotto nel 1981 che la Banca Centrale è un potere dello Stato determinante ai fini di una corretta distribuzione del reddito e un organo soggetto esclusivamente al potere esecutivo, e non più un potere tecnico indipendente all’interno dello Stato e soggetto a vincoli esteri.

 

3) RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO. Reintrodurre la legge bancaria del 1936 facente riferimento al Glass-Steagall Act del 1933 in sostituzione della legge bancaria del 1994, ristabilendo la separazione delle funzioni operative fra le banche commerciali e banche d’affari.

 

4) “VINCOLO DI PORTAFOGLIO”. Ripristinare la norma introdotta nel 1973 e poi abrogata nel 1983 che prevedeva l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino ad una quota (prestabilita in %) del proprio attivo, in modo da controllare il costo del debito pubblico favorendone un più ottimale collocamento.

 

5) POLITICA FISCALE. Riprendere il pieno controllo della politica fiscale per poter agire in caso di necessità con politiche anticicliche ed evitare di essere costretti ad agire solo in funzione prociclica (ovvero a rispondere alle crisi, endogene o esogene, con tagli). Abolire la norma che sancisce l’obiettivo del pareggio di bilancio e di rientro progressivo del debito pubblico entro il 60% stabiliti da trattati capestro quali il “Patto di stabilità e crescita” e il “Fiscal Compact”, per poter avere prima la flessibilità di bilancio necessaria al fine di perseguire l’obiettivo della piena occupazione. I debiti vanno pagati, ma si pagano soprattutto favorendo il lavoro e la crescita, non con l’austerità e con tagli in regime di moneta costantemente sopravvalutata.

 

6) COMMERCIO CON L’ESTERO. Orientare il più possibile la politica economica verso un sostenibile equilibrio della bilancia dei pagamenti e non all’equilibrio del bilancio pubblico. Incentivare una politica di scambi con l’estero basata sul fondamento che gli squilibri eccessivi e persistenti della bilancia commerciale (saldo tra importazioni ed esportazioni), siano essi surplus o deficit, debbano essere combattuti in modo equivalente. Avere un saldo commerciale eccessivamente sbilanciato sull’import comporta penalizzare oltremodo la produzione interna causando risvolti negativi sull’occupazione, avere al contrario un saldo commerciale eccessivamente sbilanciato sull’export può alimentare tensioni politiche con i partner al costo di comprimere diritti e tutele sul lavoro.

 

7) REDDITI, SALARI E INFLAZIONE. Ristabilire una politica di difesa dei redditi adottando meccanismi d’indicizzazione che proteggano il salario reale, il potere d’acquisto ed il risparmio come sancito da Costituzione, in modo da evitare l’accrescere di squilibri distributivi che possano sfociare in crisi debitorie e di domanda.

 

ANALISI E SUGGERIMENTI

1) Per favorire il superamento dell’attuale crisi, che è una crisi di domanda, occorrerà agire con spesa da parte dello Stato come ormai riconosciuto anche dai massimi teorizzatori dell’austerità in risposta alla crisi dell’eurozona. Per fare in modo che questa spesa sia efficiente e non generi ulteriore indebitamento dovrà essere finanziata con moneta. Da qui la necessità primaria dell’uscita dalla moneta unica europea, preso atto dell’impossibilità che ciò possa avvenire tramite la Banca Centrale Europea causa rigidi vincoli di mandato e veti politici da parte di alcuni Paesi membri. Dal 1992, eccetto un anno (2009) l’Italia è in avanzo primario (cioè lo Stato incassa più dai loro cittadini tramite tasse di quanto spende per loro in servizi), sarà necessario quindi invertire pesantemente la rotta almeno inizialmente per dare slancio alla ripresa. Una volta raggiunto uno standard di crescita sufficiente si potrà poi procedere eventualmente ad un contenimento maggiore della spesa pubblica, che incide in modo sostanziale sul PIL ma che per evitare spirali recessive ancora più incisive è indicato rivedere al ribasso quando lo stato generale dell’economia è in salute con un mercato privato che possa fungere da ammortizzatore necessario. Esempio: Regno Unito post-crisi finanziaria, dove una cospicua svalutazione della sterlina in difesa dell’economia ed un biennio di deficit pubblici superiori al 10% hanno permesso al Paese di riavvicinare la quota di PIL antecedente la crisi molto più rapidamente rispetto ai paesi dell’eurozona, potendo così scegliere in seguito di tagliare la spesa senza conseguenze negative. Il problema della spesa pubblica italiana in queste tre ultime decadi non è stato un problema di dimensioni e nemmeno di sostenibilità, ma un problema di errati allocamenti verso attività poco produttive, che però, durante la crisi, hanno paradossalmente evitato al paese un tracollo ancora maggiore dei consumi e della domanda interna.

 

2) Tornare a valorizzare il tessuto economico portante del paese, ovvero la piccola media impresa, favorendo politiche dell’occupazione che portino ad una crescita sostenibile e mettendo in campo una seria politica industriale volta in primis alla tutela del Made In e al riattivamento del tessuto industriale perduto negli anni della crisi. Negli anni dell’eurozona, il modello delle “fusioni” e del “grande mangia piccolo”, che secondo i teorizzatori ci avrebbe garantito una maggiore competitività nel mercato globale, si è rivelato fallimentare e dannoso. I dati recenti dimostrano infatti che nel mezzo del bagno di sangue della produzione che ha causato numerosi fallimenti, sono state proprio le PMI ad aver resistito meglio delle grandi, mentre al contrario non si contano nemmeno più le grandi industrie italiane passate in questi anni in mano straniera, dall’alta moda alle industrie alimentari e via via per finire alla meccanica e all’arredamento.

 

3) Per velocizzare il processo di ricostruzione industriale ponendo rimedio ad anni di mercato alterato che facilita importazioni di beni e materiali che in precedenza il paese produceva autonomamente, potrebbe rendersi necessaria l’attivazione di un circuito di fabbriche e coltivazioni mirate proprio alla produzione di questi beni e materiali, anche attraverso la nazionalizzazione di imprese strategiche.

 

4) Per velocizzare il processo di abbattimento della disoccupazione ormai strutturale in doppia cifra, lo Stato potrebbe, per un periodo limitato, finanziare un programma transitorio di lavoro che possa permettere ai disoccupati italiani di rimettersi sul mercato con un salario dignitoso in attesa che il mercato privato possa riassorbirlo, svolgendo ad esempio lavori volti in primis alla cura dell’ambiente e delle persone in difficoltà. Questa misura sarebbe certamente migliore di ipotesi come il “reddito di cittadinanza” o similari.

 

5) Ingenti somme di denaro pubblico dovranno essere destinate il più velocemente possibile alla messa in sicurezza del territorio e del patrimonio naturale, culturale e artistico.

 

6) Riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica e ospedali in primis) e adeguare la dotazione infrastrutturale con precedenza alle reti di trasporto locale.

 

7) Porre immediatamente fine alla precarizzazione selvaggia sul mondo del lavoro attuando una riforma volta ad una maggiore stabilizzazione dei percorsi lavorativi, senza distinguo tra pubblico e privato.

 

8) Definire le linee di un piano energetico nazionale incentivando le energie rinnovabili con l’obiettivo strategico di ridurre progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili senza per questo criminalizzarle, ricordando infatti che le importazioni di materie prime oggi incidono, come costo, ad una cifra equivalente a circa il 2,5% del PIL del paese.

 

9) Il volume attuale della spesa in ricerca e sviluppo è circa la metà rispetto alla media dei nostri principali partner commerciali. E’ necessario quindi adeguarla prontamente.

 

10) Anche sul digitale siamo indietro rispetto alla media dei paesi OCSE. Ciò penalizza la crescita soprattutto in prospettiva e si rende perciò necessario adoperarsi per recuperare il gap al più presto.

 

11) Riforma della pubblica amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e alla lotta alla corruzione, incidendo soprattutto sulla disciplina delle società a partecipazione pubblica, disciplinando le nomine ed i controlli di legittimità sugli atti.

 

12) Efficientare, e non tagliare, la spesa sanitaria, che occupa gran parte della spesa pubblica totale, adottando in primis il modello dei “costi standard” per ogni regione.

 

13) Altra voce preponderante della spesa pubblica sono le pensioni. E’ necessario immediatamente ristabilire giustizia sociale abrogando la riforma delle pensioni “legge Fornero” del 2012, risarcendo in modo definitivo gli esodati ed attuando una nuova legge che abbia come stella polare la facilitazione del ricambio generazionale sul lavoro, abbassando l’età pensionabile anche per favorire un più rapido ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

 

14) Attuare una forte politica di semplificazione normativo/burocratica per incoraggiare l’avvio di nuove attività commerciali in tempi simili alla media OCSE.

 

15) Incentivare la creazione di lavoro produttivo nel Mezzogiorno per limitare i trasferimenti fiscali arrivati ad un livello ormai insostenibile, diminuendo progressivamente il lavoro “sussidiato” in modo da togliere il Sud dalla desertificazione industriale e in modo che il resto del paese possa allocare in modo più produttivo le sue risorse a beneficio delle proprie comunità.

 

16) Con la riaffermazione della sovranità in tema economico, fiscale e legislativo, inevitabilmente si dovrà ridiscutere anche Schengen, qualora esistesse ancora. In ogni caso è necessario stabilire un piano standard sull’immigrazione (al netto di gravi e particolari emergenze che richiedono l’incondizionata solidarietà) che tenga conto delle contingenze economiche del paese, disincentivando la politica delle “porte aperte” in caso di crisi particolarmente incisive e/o disoccupazione elevata e viceversa adeguarsi alle richieste sul mercato del lavoro in caso di crescita e/o bassa disoccupazione a seconda di quanto essa sia pronunciata. Affermare con chiarezza che può inserirsi nel tessuto sociale del paese solo chi è in regola, sempre al netto di gravi e particolari emergenze. Attuare un vero piano sociale di integrazione in modo da facilitare l’inserimento degli immigrati nella vita del paese per non lasciarli alla deriva una volta arrivati come succede ora, costringendoli di fatto alla clandestinità, al consegnarsi alla criminalità più o meno organizzata e allo sfruttamento, immettendosi sul mercato del lavoro creando una competizione sempre più al ribasso con il rischio di innescare bombe sociali sempre meno controllabili.

 

17) Il livello di tassazione dovrà sempre tenere conto del principio di progressività e la pressione fiscale in generale dovrà essere equilibrata come ci indica la Costituzione. Se da un lato una riottenuta sovranità della politica fiscale ha la funzione, tra le altre cose, di favorire politiche anticicliche in caso di crisi, dall’altro lato questo deve valere anche in caso di crescita sostenuta per evitare, ad esempio, la possibilità che si creino bolle speculative, in special modo immobiliari, agendo sulla leva fiscale in modo equilibrato, evitando comunque sempre il più possibile di penalizzare i consumi. La pressione fiscale complessiva deve essere pesantemente ridotta, tenendo conto del fatto che la grande ricchezza privata, se ottenuta onestamente, non va mai criminalizzata. Aliquote troppo alte per le grandi ricchezze hanno la sola funzione di far evadere i capitali verso altri lidi, ed in questo caso le manovre governative di correzione, per non parlare in casi limite delle tanto declamate “patrimoniali”, finiscono sempre per pesare sul ceto medio e sui meno abbienti.

 

18) Riorganizzazione degli enti locali volta ad efficientare i costi senza compromettere l’autonomia della quale necessitano diversi territori. Potrebbe essere una buona idea quella della creazione di aree macroregionali più grandi in sostituzione delle attuali regioni, mentre non si vede il motivo dell’accorpamento o addirittura soppressione di alcuni comuni, che incidono molto meno sui costi ed hanno il pregio di essere più vicini alla popolazione. In ogni caso, per rendere più efficace l’azione dei sindaci è necessario rompere del tutto il “patto di Stabilità”. Ogni qualsiasi voglia riforma dovrà comunque avere come primo fondamento il rispetto delle tradizioni, dei percorsi storici e dei criteri geografici di ogni singolo ente territoriale.

 

19) Lo Stato deve essere sempre in grado di farsi completamente carico delle finanze per la cura degli anziani, gli infermi e i disabili.

 

20) La Banca d’Italia deve tornare a garantire pienamente tutti i conti correnti bancari degli italiani.

 

 

 

 

(VECCHIO TESTAMENTO). IL “PIU’ EUROPA”: IMPOSSIBILE. E COMUNQUE INUTILE. ANZI DANNOSO

di Admin Flà e Luca Tibaldi

Fino a poco tempo fa chi solo osava criticare l’Euro e la UE era etichettato come sfascista, disfattista, antieuropeista, xenofobo, ignorante e quant’altro, perchè l’Euro era una benedizione, soprattutto per il potere d’acquisto e per il “dividendo”, e l’Unione Europea il “sogno di Spinelli”, il paradiso in Terra che promuoveva pace e benessere per tutti.

Non è necessario andare troppo indietro nel tempo, diciamo almeno fino al giorno antecedente le elezioni europee del 2014. Fino ad allora c’erano 3 categorie: gli eurofanatici (cioè quelli che “va tutto bene” e che difendevano anche l’austerità), gli “altreuropeisti” (cioè quelli che “così non va bene ma non bisogna uscire”), e gli “euroscettici” (cioè quelli che esigono il riscatto delle sovranità nazionali).

Se ci guardiamo intorno, oggi, ci accorgiamo che i primi sono totalmente scomparsi, eccetto forse Mario Monti e qualche suo killer politico ed universitario. Nessuno ormai difende più il mix euro+austerità+filogermanesimo, nemmeno Scalfari, nemmeno il Sole 24 Ore nella sua proverbiale #lineaeditoriale. Rimagono solo le altre due categorie, con quella degli altreuropeisti ancora in vantaggio, rinforzata dal travaso pressoché totale dal gruppo degli (ex) eurofanatici, ma con la categoria degli euroscettici che ogni giorno scala il consenso popolare (e quindi ‘populista’, così dicono…) e registra “conversioni” di personaggi insospettabili, come quella recente di Luigi Zingales. Tutti ora sostengono, quindi, che così non va, di conseguenza, rapportandoci al quadro politico europeo odierno, rimangono in corsa gli altreuropeisti, ovvero uno strano meltin’pot di tutti i partiti “moderati” di centro-destra e  “democratici” di centro-sinistra più quelli delle sinistre radicali, e gli “euroscettici”, composti quasi interamente dalle destre più qualche sparuta e poco consistente sinistra radicale in giro per l’Europa del Sud.

Bisogna far notare però che non è solo la politica, in questo caso, che conta. Conta tantissimo, purtroppo anche di più, il parere dei mercati e della finanza, che nel frattempo sono stati talmente deregolamentati da essere diventati totalmente avulsi dai sintomi dell’economia reale, ed anzi, decisivi al punto di poter influire più di governi regolarmente eletti sullo svoglersi del normale processo economico e democratico. “Ormai sui mercati conta più un qualsiasi starnuto durante una conferenza stampa di un banchiere centrale che tutto il resto insieme per avere oscillazioni che non hanno nessun senso”, sostengono, e a ragione, in molti. Mercati, multinazionali, lobby finanziarie di vario genere, agenzie di rating… che ovviamente sono a favore del mantenimento status quo. E qui è davvero curioso far notare la posizione cocciutamente contigua del mondo della sinistra radicale. Una spiegazione rapida potrebbe far propendere per l’ignoranza, ma più probabilmente nella maggioranza dei casi è un fatto di sopravvivenza politicaessendo le destre arrivate prima a toccare il punto di rottura, ora le sinistre, che in questi anni hanno dedicato il 99% del loro tempo alla lotta per i diritti civili mentre al contempo ci fottevano i diritti sociali senza che loro quasi se ne accorgessero, pur avendo in buona parte capito fanno ora una fatica indicibile a dover dire quello che dicono le destre per non essere accomunati a loro, come vedremo un po’ più avanti dalle risposte che oggi danno a domande dirette sull’opportunità di continuare a far parte della UE e/o euro o meno.

Dopo le ultime elezioni europee, quindi, lentamente, i “buoni”, quelli intelligenti, moderati di destra, democratici e progressisti di sinistra, hanno cominciato ad ammettere che forse l’austerità è stata una cura sbagliata ad una diagnosi ancor più sbagliata (ovvero che i “PIIGS” fossero andati gambe all’aria originariamente per colpa dei conti pubblici dissestati), come raccontavano all’inizio, e che in ogni caso fare austerità sulle spese dello Stato durante una crisi (a maggior ragione se, come quella europea, fu originata dal dissesto delle finanze private mentre non si poteva reagire tramite l’aggiustamento del cambio, ed anche questo ora è ampiamente riconosciuto persino dalla Bocconi) è come spararsi nel naso perchè si ha l’alluce valgo.

Ma nonostante tutto ciò l’Euro, dal punto di vista di quelli “colti”, ovvero gli ex eurofanatici, continua ad essere visto come positivo, la Germania come un paese che sbaglia ma che in fondo fa bene ad essere egemone perchè sono gli altri che sono dei lazzaroni, e che l’Unione Europea è una cosa da conservare ad ogni costo perchè altrimenti “oh Dio finisce anche la liberalizzazione dei capitali”.

Quindi “bisogna andare avanti e non tornare indietro”. Andare avanti con l’unione bancaria, gli eurobond ecc. ecc.

Peccato che, come vedremo più avanti, quando gli si fa notare che “andare avanti” come lo intendono loro si scontra subito con la seguente banale domanda:

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rimangono solitamente di stucco oppure rispondono sfoderando un ottimismo nella specie umana sinceramente commovente.

Anzi, in realtà qualche risposta nel merito ogni tanto arriva, ma mai più intelligente di questa (anche se questo economista, Piga, fa parte degli “altreuropeisti” dall’origine):

piga

Dopo quelli “colti” ora occupiamoci  invece di quelli”buoni”, ovvero quelli “de sinistra”, gli “altreuropeisti”, quelli antifà e del “porgi l’altra guancia” ad abundantiam, che con quelli “colti” federalisti e moderati condividono ormai appieno le analisi di fondo della situazione, ma con sfumature diverse. Infatti, la loro tesi è: l’Unione Europea è in sé bella, ed è diventata uno schifo solo per colpa della GermaGna brutta. Ovvero “non siamo noi ad esserci sbagliati, mica è colpa nostra se poi la GermaGna ha fatto la stronza”. Insomma: bisogna portare la pace in Europa facendo la ‘guerra’ alla Germania. Ovviamente sostengono che l’Unione Europea non vada smantellata perchè altrimenti “oh Dio rinascerebbe il nazismo, il fascismo, non si potrebbe più mandare i figli in Erasmus per fargli scoprire come funziona davvero il mondo e si tornerebbe a fare la coda alle frontiere perchè finirebbe Schengen che oh Dio se finisce significherebbe anche limitare i diritti umani dei migranti”. Mentre sull’euro la posizione che va per la maggiore è che “è solo una moneta, il problema è il liberismo”. Tutte posizioni anche con un minimo di fondo razionale ma parecchio confuse, come parlare di nazismo senza sapere probabilmente quali furono le reali cause che portarono Hitler al potere in Germania (e no, non fu l’inflazione di Weimar, cialtroni, fu quello che successe DOPO con le politiche di Bruning, che non rimanda alle “le destre fasciste e razziste”, ma rimanda in pieno a Monti. E qui non bisogna scervellarsi se non si sanno le cose, basta Wikipedia…) e come se davvero il fatto di non avere flessibilità del cambio tra aree economiche così diverse senza meccanismi di trasferimenti fiscali compensativi sia un dettaglio trascurabilissimo, e come se la liberalizzazione dei capitali cattiva (il mercato unico) sia totalmente avulsa da quella delle persone buone (Schengen)… Eh cari, la globalizzazione è questa, e se volete continuare ad andare a trasgredire ad Amsterdam con i voli lowlowlow-cost (qui sotto una diapositiva dei voli)

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dovete anche saper accettare la liberalizzazione dei capitali ed il fatto che l’Europa, più che un insieme di paesi, diventi sempre più una sorta di gigante supermercato dove più che “persone” o “umani” saremo meramente “consumatori”, con tutti gli annessi e conessi. Se vi piace…

Ora siamo arrivati dunque al punto in cui quelle stesse persone citate sopra, tutti quelli che seppur in modo diverso ma che hanno sempre di fatto sostenuto (più volontariamente i primi, più per ‘ignoganza’ i secondi) lo status quo, ammettono con una nonchalance disarmante che l’austerità è negativa, che l’Unione Europea va cambiata e che la Germania dave smetterla di fare la maestrina perchè oltre a non avere nessun diritto divino non può nemmeno permetterselo, dato che sfora i parametri di Maastricht come nessun altro osa fare, ed arrivano anche ad ammettere che si, in fondo, non avremmo mai dovuto aderire alla moneta unica.

Oggi quasi tutti ammettono tranquillamente che il deficit di bilancio in tempi di crisi è il modo principale per dare carburante all’economia. OGGI tutti ammettono che l’austerità distrugge la domanda interna e fa aumentare il debito pubblico. OGGI tutti ammettono che la Germania bara le carte e che è tornata ad avere pericolose velleità imperialiste in un sistema fatto su misura per lei che l’ha resa arrogante e pericolosamente fuori controllo. OGGI tutti ammettono che non c’è proprio NULLA che vada bene. In poco più di due anni sembra davvero cambiato il mondo.

Bene! Bravi! Ci siete arrivati! Chapeau! Complimenti!

Resta solo una cosa da stabilire, ora. Se è vero come è vero che la posizione degli “euroscettici” nel quadro politico, nel frattempo, non è cambiata, ed anzi s’è rafforzata e che al massimo si dividono sull’eventuale metodologia di uscita… ma a questo punto, quindi, cosa si deve fare per cambiare la situazione secondo gli “altreuropeisti” moderati de destra, democratici de sinistra e sognatori de sinistra radicale?
Insomma, qual è la loro soluzione? Questa, all’unanimità:

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Oppure, se preferite un tono più “istituzionale” come quello dell’ex vice presidente del Parlamento Europeo e tuttora punta di diamante dei socialisti europei:piu-europa

Insomma un po’ come gli alti dirigenti sovietici negli ultimi tempi prima del crollo dell’URSS che quando gli si chiedeva i motivi di quel crollo che si stava verificando, rispondevano all’unisono: “Il comunismo non sta funzionando perchè non ce n’è abbastanza. Ci vuole più comunismo”.

Figata! Totalmente messi spalle al muro sui temi economici e politici, gli restano quindi solo i ‘sentimenti’ su cui far leva, ovvero la paura di presunti disastri inenarrabili in caso di rottura aggrappandosi però a bolle di sapone e a “sogni” per restare dentro. Non tanto sull’euro, perchè ormai sono passati o comunque sempre meno presenti nel dibattito le tesi terroristiche  del tipo”non si può uscire dall’euro perchè svalutazzzione=inflazzzione=la rata der mutuo=la benzina millemila lire al litro”, ma molto più sulla UE, del tipo “non si può uscire dalla UE perchè fuori c’è la Cina non possiamo competere da soli la UE ci protegge dalle guerre” ecc. ecc.

Sull’euro, solitamente ora si limitano al “eh ma fuori potrebbe essere peggio”, dove prima ancora di rimandarli a studi scentifici meno catastrofici di quelli ad esempio di UBS o a precedenti storici simili (vedi SME) in cui si dimostra il contrario, ci sarebbe da analizzare la frase in questione: “fuori potrebbe essere peggio” è un po’ come dire che siccome un matrimonio è a pezzi perchè uno dei partner riempie l’altro di corna, è consigliabile comunque non divorziare perchè una volta divorziati poi potrebbero anche trovare un partner ancora più stronzo. Il che è anche possibile, ma ciò non toglie la fallacia del ragionamento secondo il quale non si possa o addirittura non si debba porre fine ad una cosa che comunque non funziona anche per loro stessa ammissione…

Tornando alla UE, in particolar modo il tema “la UE ci protegge dalle guerre” è un tema largamente condiviso sia dagli ex eurofanatici sia dagli altreuropeisti, ed entrambi portano avanti questa tesi in chiave anti-nazionalista, perchè, appunto, “in passato i nazionalismi ci hanno portato la guerra due volte”. Leggerissimamente approssimativo…. anche qui ci sarebbe da aprire un capitolo a sé, ma che “la UE ci protegge dalle guerre” è un’astronomica cazzata. Sebbene i primi passi effettivi di integrazione europea a livello di scambi e regolamenti comuni cominci di fatto in qualche modo già nel quasi immediato dopoguerra (per esempio con il trattato di Roma), la “pace” in Europa, cari, l’ha portata la Nato, che col tempo poi è sempre più diventata una volgare succursale dell’imperialismo made in USA che la guerra non l’ha portata da noi ma praticamente ovunque intorno a noi. E cosa non banale da far notare, dato che la guerra l’avevamo persa, NON ce l’ha portata gratis…

Fortunatamente il tempo delle stronzate e della propaganda terrorista almeno a livello economico, almeno nel dibattito ad alti livelli, sembra finito, anche se purtroppo rimane insito nella mente di molti italiani non informati a dovere. Ma questo, oltre che della politica, sarebbe un dovere dei media, e il perchè questo non accade necessiterebbe di uno spazio tutto suo…

Ma, dicevamo, una volta terminati i motivi economici e politici SERI, rimane l’argomento sentimentale, cioè: non si può uscire dall’euro e/o UE perchè “non s’interrompe un sogno o un’emozione” o perchè “significherebbe che Altiero Spinelli è andato in carcere per nulla”…

Premesso che gran parte delle persone che dicono queste due semplici parole, “più Europa”, spesso non sanno nemmeno cosa esse comportino fattualmente, con “più Europa” si sostiene semplicemente che sia necessaria una maggiore integrazione tra i paesi membri. Traduzione: l’unione politica dell’Europa. Sul modello federale degli Stati Uniti. Questo, secondo loro, basterebbe per risolvere i problemi che abbiamo.
Vediamo dunque se il “più Europa”, l’avere gli “Stati Uniti d’Europa” può essere un progetto attuabile, qualora fosse almeno utile e/o desiderabile.

Primo problema: il modello degli Stati Uniti è di difficile importazione, e questo è un qualcosa su cui cadono spesso proprio gli economisti statunitensi quando sono chiamati ad analizzare il futuro dell’Europa. Rispondono sempre, infatti, che bisogna fare come hanno fatto loro, senza tante spiegazioni (Stiglitz il caso più famoso, anti-euro ma pro-UE). Ma come hanno fatto loro? Beh, innanzitutto hanno sterminato il popolo che c’era prima e negli Stati Uniti ci si sono messi loro, ma ok, non rivanghiamo, altrimenti si fa in tempo a fare gli Stati Uniti delle Galassie. Hanno fatto, in sostanza, l’unione politica federale, dove cinquanta e più Stati stanno insieme appassionatamente con un unico bilancio federale, una vera banca centrale (la Federal Reserve, abbreviato “FED”. E da qui il noto slogan “ci vuole la BCE come la FED”) ed un sistema fiscale altamente compensativo. Si potrebbe fare tutto ciò in Europa? Si, certo. Peccato che ci sarebbe subito un problema non proprio da poco: il mercato del lavoro, unito alle barriere linguistiche. Negli USA parlano tutti la stessa lingua, e questo li facilita enormemente quando si trovano a cercare lavoro. Per loro, infatti, passare dalla West Coast alla East Coast non sarebbe e non è un problema, al netto degli affetti e dei problemi di vita quotidiani come tutti al mondo hanno. Poi hanno indubbiamente una cultura diversa, che però non è che si può creare a tavolino in un amen. Vi ricorderete nel 2007 dopo il crollo Lehman la gente con gli scatoloni in mano e nei mesi seguenti avrete sicuramente letto qualcuna delle millemila interviste a banchieri o impreditori coinvolti e spazzati via dalla crisi finanziaria che si erano reiventati camionisti o pizzaioli come se nulla fosse… Insomma se c’è uno shock ad Orlando, i salari subito calano e quelli di Orlando alla peggio non hanno nessuna difficoltà ad emigrare anche a San Francisco. Ma qui abbiamo una cultura diversa, tradizioni diverse, un welfare diverso, un sistema sanitario diverso, e fino a qualche decade fa anche un sistema finanziario e bancario più sicuro. Sono cose che durano da secoli, e che grazie al cielo ci rendono migliori di loro (ad esempio sulla sanità avete presente la situazione negli USA, vero?). Qui si parla una molteplicità di lingue e il mercato del lavoro è diverso, sebbene negli ultimi 15-20 anni si è andati verso una flessibilità smisurata che ha portato precarietà che sfocia spesso in contratti che sono quasi una forma di schiavitù legalizzata. Un portoghese non potrebbe mai andare a lavorare ad Helsinki con la stessa facilità con cui uno da Orlando va a San Francisco, nonostante la globalizzazione ormai renda più facile anche certi percorsi (e non necessariamente è un bene…). Magari sarà così fra 100 o 200 anni, ed effettivamente prima che s’inventassero la UE e Maastricht rovinando tutto, c’era sempre più maggiore convergenza tra economie e tra popoli, che badate bene, NON SIGNIFICA SOLTANTO IMMIGRAZIONE/EMIGRAZIONE, perchè oggi i nostri giovani emigrano quasi esclusivamente per DISPERAZIONE. Detto tecnicamente: DEPORTAZIONE di forza lavoro causa asimmetrie economiche. Sinceramente temiamo che vivere 100 o 200 anni come li viviamo adesso non sia ipotesi così affascinante…

Quindi: mercato del lavoro troppo diverso, bilancio federale e compensazioni fiscali quasi impossibili da avere (lo vedremo più avanti).

E la lingua comune europea? Così, visto che in teoria sarebbe l’inglese, che però ora l’Inghilterra sta levando le tende dalla UE e quindi dovremmo parlare tutti la lingua di coloro che per primi hanno abbandonato il ‘progetto’ e che per questo sono stati minacciati di “fine della civiltà” (Tusk), aumento di tumori (un medico non meglio precisato sul Financial Times) e che siccome i più anziani (ovvero anche quelli che hanno sconfitto il fascismo ed evitato il comunismo) hanno votato in massa per uscire perchè stavano cominciando a rompersi i coglioni di farsi dire da Juncker o Schulz come dovevano comportarsi in casa loro, allora i più gggiovani, quelli che in compenso a 25 anni magari non sanno cambiare una lampadina senza prendere la scossa però grazie ai soldi di papà o del nonno hanno già visitato tutto il mondo ed anche altri pianeti (e quindi per questo “colti”), vorrebbero togliergli il diritto di voto e rivotare il referendum solo loro. Loro che però solitamente scendono in piazza a reclamare più diritti anche per i cittadini di Krypton, e che però misteriosamente, parlando dei gggiovani britannici, il primo referendum l’hanno disertato in massa perchè probabilmente troppo impegnati a giocare con la playstation o a ubriacarsi in Orgasmus da Rotterdam. Beh fantastico, non trovate?

 

Secondo problema: oggi, e da parte di qualcuno probabilmente per sempre, non c’è la benché minima volontà politica di attuare una maggiore integrazione. Nonostante gli accorati appelli a cadenza settimanale quasi interamente da parte dei politici, giornalisti ed economisti del Sud Europa schiavi della logica del vincolo esterno, a Nord ormai nessuno è più disposto a cedere ulteriore sovranità e condividere i rischi di un’unione con paesi che giudicano “lazzaroni, inaffidabili, improduttivi e corrotti”. Gli ultimi anni di crisi non hanno fatto altro che alimentare i dissidi tra Paesi e tra popoli, così come hanno portato ad un crollo della fiducia reciproca e alla rinascista di odiosi pregiudizi da parte dei Paesi del Nord Europa verso quelli del Sud e di conseguenza, in alcuni casi come in Grecia, un vero e proprio sentimento di odio nei confronti di quelli del Nord, soprattutto verso la Germania.

C’è qualcuno, davvero, a questo punto, che ritiene seriamente e razionalmente che i tedeschi in particolare possano voler attuare una vera unificazione ALLA PARI con noi e tutti gli altri? Nel caso della Germania è poi doveroso far notare il comportamento dei media presso l’opinione pubblica, che viene costantemente martellata di cazzate economico-moraliste che sinceramente si può provare soltanto un gran ribrezzo, ma che ha il risultato effettivo di un lavaggio del cervello andato a buon fine. Ogni cittadino tedesco esistente, salvo qualche economista non ipocrita come Hans-Olaf Henkel o Heiner Flassbeck, è oggi intimamente convinto ad esempio che stia pagando le tasse per far prendere il sole tutto il giorno ai greci. Memorabile ad esempio una copertina della Bild di un paio di anni fa, che a caratteri cubitali titolava senza ritegno “I greci sono più ricchi di noi!” e dove nell’analisi all’interno scrivevano con ancor meno ritegno “vendeteci le vostre isole!”. Ripetiamo, questo pensiero nel popolo tedesco non è secondario, al contrario, è larghissimamente diffuso, indipendentemente da quello che i tedeschi votano.

Ma anche qui da noi avrete sentito parlare giornalisti come Udo Gumpel, Tobias Piller o Constanze Reuscher qualche volta sulle nostre emittenti, vero? Avete presente l’arroganza ed i pregiudizi con cui ogni volta cercano di “moralizzarci” dall’alto della loro superiorità autocertificata, vero? Bene.

Sintesi: il “più Europa” deve passare PER FORZA dal volere dell’establishment e del popolo tedesco, per il motivo banale che è il paese più “forte”, grande, popoloso e politicamente più presente nelle istituzioni europee. Se lo ritenete possibile…

A meno che ora qualcuno non dica di fare gli Stati Uniti d’Europa senza la Germania, che ok, ci potrebbe anche stare per chi odia i tedeschi, ma a questo punto dopo la Gran Bretagna saremmo già a due buoi scappati, e ci sarebbe da chiedersi che senso abbia fare un’unione senza i due paesi più grandi e/o popolosi e/o con cui si commercia maggiormente e/o che dovrebbero darci la lingua comune del futuro…

Terzo problema: allo stesso tempo non possiamo neppure aspettare, come sostengono in molti, che la Germania improvvisamente possa cambiare idea. “Eh, ma presto o tardi vedrai che la Germania si renderà conto che questa è l’unica strada!”… quante volte abbiamo sentito o letto questa frase, e quante volte la si sente ancora oggi…

  • Primo: non è umanamente accettabile che un intero continente stia ad aspettare i porci comodi e le decisioni o non decisioni di un Paese. Cos’è la Germania? È un Paese come il nostro, niente di più. Per OGNI singola decisione, per OGNI singolo eventuale cambiamento in Europa davvero possiamo permetterci di aspettare magari ancora per decenni pregando tutti i Santi per la loro eventuale anzi eventualissima clemenza?
  • Secondo: è proprio IL TEMPO che ci manca. Noi NON POSSIAMO aspettare. Lo vedete che sta crollando TUTTO? Siamo in recessione o stagnazione o crescita irrisoria quando va di lusso da quasi un decennio, siamo in deflazione da ormai quasi 3 anni, i consumi ripartono un mese e crollano quello dopo, il settore bancario è al collasso, prima dell’euro eravamo la prima potenza industriale in Europa e solo pochi anni dopo abbiamo dovuto sentirci dire che eravamo dei “maiali” (PIIGS), il tasso di povertà in otto anni è quasi triplicato e la disoccupazione è ormai strutturale a due cifre, per non parlare di quella giovanile.
    E voi vorreste ancora aspettare che la Germania o chiunque al suo posto o che qualche burocrate ubriaco al soldo di qualche corrotta banca d’affari decida per 60 milioni d’italiani e 500 milioni di europei quando e se mai sarà l’ora di unirsi? Quante aziende ancora siete disposti a veder chiudere o delocalizzare? Quanti imprenditori ed operai ancora devono suicidarsi prima che si possa stabilire un limite oltre il quale non è più possibile andare? Bisogna proprio aspettare che certe cose ci succedano in prima persona prima di interessarci e capire oppure, nel mondo della “meritocrazia parlata”, pensate di essere al sicuro?
  • Terzo: guardando alla situazione politica tedesca, visto che il “più Europa” deve, ripetiamo, volenti o meno, passare PER FORZA da lì, l’unica possibilità di avere prima o poi un governo favorevole al “più Europa” è nettamente la più improbabile. Da una parte ci sono i due tradizionali partiti di centro-destra e centro-sinistra, ovvero la CDU della Merkel e di Schaeuble e l’SPD di Gabriel, che negli ultimi anni hanno dato vita alla classica “grande coalizione” di governo dove i secondi sono gli utili idioti dei primi e dove in nessuno di questi partiti c’è anche una minima corrente minoritaria che lasci pensare a possibili cambiamenti del dogma imperialista e deflazionista in politica estera e politica economica. Poi c’è Alternative fur Deutschland, e qui c’è ben poco da spiegare, visto che se un giorno dovesse governare, semplicemente, butterebbe giù tutto. E questo è l’unico partito che, cosa non trascurabile, sta salendo nei sondaggi ad una velocità tale che già alle elezioni dell’anno prossimo, se le proiezioni di crescita verranno confermate, rischia seriamente di arrivare quantomeno davanti all’SPD. Restano quindi due partiti che, effettivamente, mettendosi insieme potrebbero dar vita ad una coalizione in grado di cambiare la rotta della Germania e di conseguenza dell’Europa: la Linke (Sinistra) ed i Grune (Verdi). Piccolo particolare: mettendoli ora insieme farebbero fatica ad avere il 20%, e non si vede come potrebbero un giorno avere anche solo un 10% in più complessivo (che non gli permetterebbe comunque di governare) dato che negli ultimi 8 anni non hanno per nulla saputo approfittare del crollo verticale dell’SPD nel consenso popolare. Dunque c’è un fatto economico ovvio, ovvero che la Germania attua la stessa politica commercialmente aggressiva verso i propri partner dal 2000 Avanti Cristo se si eccettua qualche sparuta decade qua e là, come ad esempio negli anni 50-60 (e da qui si capisce la ridicolaggine della tesi che “La UE è buona ma è la Germania che è diventata cattiva”, perchè se proprio la si vuole metter giù così, allora la Germania è cattiva da sempre. Possibile che non lo sapessero prima?) e che non si capisce perchè dovrebbe cambiarla oggi che stanno in un sistema fatto su misura per loro, hanno il record mondiale di surplus in barba alle regole europee senza essere mai nemmeno minimamente sanzionati, hanno una serie di leader europei totalmente appecoronati al loro volere, e visto a maggior ragione che non l’hanno capito nemmeno dopo due guerre mondiali e dopo essere andata gambe all’aria a seguito della rottura dello SME nel 1992. Altro che “più Europa”, è molto più probabile, cari, che il “più Europa” non ci sarà mai non per “colpa” dei paesi del Sud o dei “populismi”, ma proprio perchè il loro talebanesimo economico e politico li porterà a crollare dall’alto, travolgendo tutti quelli sotto. Intanto adesso vediamo come va a finire la questione Deutsche Bank, perchè le elezioni USA si avvicinano…

Oltre al fatto economico c’è dunque anche un fatto politico conclamato che dimostra l’impossibilità assoluta del “più Europa”.

Ma non è solo la Germania, guardiamo un attimo a cosa sta succedendo nella mitologica Bruxelles. La Commissione Europea, l’Eurogruppo, i vari burocrati e tecnocrati non hanno nessuna intenzione di “riformare” e cambiare l’Unione Europea dalla lurida rotta attuale. Guardate cosa sta succedendo di questi tempi dopo che una serie di paesi hanno di fatto sospeso Schengen, dopo la Brexit e dopo che il blocco dei 4 paesi dell’est (Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria) si sono presentati all’ultimo summit di Bratislava chiedendo esplicitamente di poter “fare da soli” soprattutto sul tema dei migranti. Eppure niente, non sta cambiando assolutamente niente! Non c’è nessuna apertura, nessuna volontà! Renzi ad esempio non sta chiedendo la luna (anche perchè lui stesso fa parte di questo meccanismo seppur ora si sforzi di far credere il contrario per logiche elettorali), sta solo chiedendo delle misere briciole di flessibilità sul deficit che per un paese con un PIL dell’Italia, che oltretutto della UE è CONTRIBUENTE NETTO, sarebbero come gli spiccioli del caffè alla mattina. Eppure i vari Juncker, Manfred Weber, Schaeuble, la Merkel, Lars Feld, Katainen, Dijsselbloem, tutti hanno ripetuto che le cose non cambieranno, e che se per caso ci concederanno qualche briciola di flessibilità almeno per far fronte un minimo ai disastri procurati dal recente terremoto e per ovviare alla crisi dei migranti sarà solo ed esclusivamente per provare a “mettere un freno ai populismi” (l’ha detto il Commissario Europeo alle Finanze, Pierre Moscovici) in un periodo dove Renzi è in chiara difficoltà per il referendum costituzionale e per le questioni bancarie, ed ovviamente solo in cambio di manovre più incisive dal lato fiscale per il 2017 (e già si parla di aumento dell’IVA…). Ma vi pare normale che un paese come l’Italia, cazzo, L’ITALIA, un paese del G8, possa ridursi a pietire col cappello in mano qualche spicciolo anche per far fronte a tragedie umanitarie e catastrofi naturali, a maggior ragione essendo un paese che alla UE versa ogni anno in media 7,5 miliardi in più di quelli che riceve indietro, e subire questi ricatti e sberleffi da gente mai eletta e che magari ha conflitti d’interessi giganti come un quartiere (avete presente ad esempio il caso Barroso, giusto?), politici di livello infimo che sono arrivati lì solo dopo essere stati scartati alle elezioni dei loro paesi? Ma stiamo scherzando? Ma ci rendiamo conto?

Ma poi, soprattutto: cosa vuol dire concretamente “più Europa”? Vuol dire che ci deve essere un vero governo europeo. E quindi…

Quarto problema: vuol dire che in breve tempo dobbiamo avere, oltre all’unione bancaria che però pare essere morta e sepolta prima ancora di nascere sotto il solito NEIN, ed oltre il debito condiviso (cioè gli eurobond, ed anche qui, NEIN):

  • 1. Un primo ministro europeo (a meno che non si voglia un’Imperatore con pieni poteri che dopo 50 anni passi la mano a suo figlio. De gustibus).
    2. Un ministero delle finanze europeo (chiesto già ora a gran voce da EU-genio(?) Scalfari)
    3. Un vero Parlamento Europeo (non l’inutilità di oggi).
    4. Una vera Banca Centrale Europea (non la Euro-Bundesbank di adesso).
    5. Un sistema di trasferimenti fiscali su modello federale dagli (ex) Stati più forti a quelli più “deboli”, con due studiosi come Jacques Sapir e Bernard Connolly che hanno gentilmente fatto notare che che ciò significherebbe per la Germania, allo stato attuale delle cose ed in continuo aumento dati gli squilibri sempre più ampi, una cosa come il 9-10% del suo PIL annuo da trasferire agli altri (ex) Stati. Per sempre.
    6. Delle vere elezioni europee (non quelle di oggi che eleggono l’inutile Parlamento Europeo).
    7. Un sindacato europeo (magari sul modello tedesco? Quello che s’è fatto corrompere da Hartz? O magari sul modello italiano con 3 sindacati che si danno mazzate tra loro per stabilire chi si arrende per ultimo al volere governativo? Auguri).
    8. Un sistema di media europeo (a ridatece “Giochi senza frontiere”, piuttosto).
    9. Un’opinione pubblica europea (sempre a meno che, con l’Imperatore, questo possa anche diventare superfluo. De gustibus).
  • 10. Un esercito europeo (tanto per metterci meno tempo quando la Nato vorrà sbatterci nel mezzo di qualche “missione di pace”, perchè sapete, oggi le chiamano così).

Sì, state tranquilli. Riusciremo SICURAMENTE a creare tutto questo, come no! In 24 anni dopo Maastricht non si è nemmeno riusciti ad uniformare l’aliquota IVA che è una cosa che secondo gli stessi “tecnici” basterebbero due settimane per elaborarla, e per le ridicole unioni di settori fatte finora ci abbiamo messo 15 anni e i risultati sono stati disastrosi (l’esempio più lampante di “più Europa” finora è stato il bail-in. Che culo…).

Mettiamo anche il caso che ci sia una maggiore integrazione. Ci sarebbero comunque istituzioni con maggiore potere… ma comunque comandate e presiedute da qualcuno. E chi volete mai che le controlli se non i più “forti”, ovvero tedeschi e affini (cioè sostenitori dell’austerità fino alla morte, il che renderebbe la situazione attuale paradossalmente migliore di quella che si prospetterebbe con l’unione politica)?

  • merkel-parlamento

Ma mettiamo anche il caso che miracolosamente e non si sa come si arrivi davvero in tempi brevi a creare una VERA unione politica…

Quinto problema: punto nodale.

L’unificazione monetaria europea attuale si è ‘radicalizzata’ in primis nelle menti contorte dei protagonisti della scena politica soprattutto francese subito dopo la riunificazione tedesca e si è poi realizzata grazie soprattutto ad un mix di ‘abilità’ (?) di Helmut Kohl che andò contro tutto e tutti (lui stesso disse, anni dopo, che se avesse proposto un referendum ai tedeschi l’euro non sarebbe mai nato, perchè lo avrebbero certamente bocciato visto il loro amore verso il Deutsche Mark), di governi di altri paesi sufficientemente succubi della logica del ‘vincolo esterno’ (in primis, manco a dirlo, i governi italiani di centro-sinistra dell’epoca) e della vittoria all’ultimo respiro di Chirac alle presidenziali francesi del ’95 contro il più dubbioso Jospin che fu l’ultimo vero ostacolo, anche se nei due anni seguenti ci furono comunque dubbi sul fatto che alcuni paesi come Italia e Belgio potessero farne parte fin da subito nonostante le pressioni di Kohl che voleva dentro tutti e subito (e anche qui la spuntò lui). Alla fine Kohl la spuntò anche sul nome da dare alla moneta unica europea: si doveva chiamare ECU, fu poi chiamata euro perchè ECU in tedesco ha un suono simile a “vacca”…

Fu proprio la riunificazione tedesca, o meglio, la riunificazione dei due Marchi tedeschi ad essere presa come modello per la futura unione monetaria europea, nonostante l’opinione contraria iniziale in Germania del mondo del commercio, delle associazioni ma soprattutto della Bundesbank. Sollevarono fortissimi dubbi infatti sia Karl Otto Pohl, capo della Bundesbank durante la riunificazione, che si dimise misteriosamente qualche giorno dopo un’audizone al Parlamento Europeo in cui disse testualmente che avendo visto come stava procedendo la situazione in Germania dopo che fu parificato il marco dell’Est a quello dell’Ovest, la moneta unica “non è una buona idea, non può funzionare”, sia il successore Tietmayer, che in seguito si mostrò a sua volta molto dubbioso sulla possibilità di convergenza tra paesi con così diversi tassi d’inflazione e con così diversi livelli d’indebitamento pubblico e di produttività, promuovendo più volte un rinvio del lancio della moneta unica o quantomeno un euro a due velocità. In Germania Est sono accadute le stesse identiche cose che sono avvenute in questi anni nel Sud Europa, ovvero in primis un crollo del PIL e della produzione industriale, privatizzazioni in blocco (anzi, quelle addirittura furono vere e proprie espropriazioni) ed emigrazioni verso Ovest che nel caso del Sud Europa sono sfociate ovviamente verso Nord (ovviamente Germania in primis. Ovest, naturalmente. Se trovate qualche italiano nel frattempo migrato a Dresda o a Lipsia che si è creato una fortuna fateci un trillo…).

Dunque, se non si fosse capito: in Germania l’unione politica e monetaria c’è stata. E la parte più “debole” è stata letteralmente disintegrata.
Lì c’è stato il “più Germania”, ovvero la riunificazione dopo il crollo del blocco dell’Est che ha spazzato via il muro di Berlino e la DDR, ma ancora oggi la ex Germania Est non si è ripresa, anzi, il divario con l’Ovest va via via sempre ampliandosi e compensato solo con trasferimenti fiscali (peraltro duramente contestati dai Land più “virtuosi” come la Baviera in un modo che a confronto le vecchie polemiche di Bossi verso l’assistenzialismo al Sud erano all’acqua di rose…), e ancora oggi c’è una fortissima emigrazione continua verso Ovest. Se questo è il “futuro” che si vuole… E chi non l’avesse capito: noi Italia saremmo la Germania Est dell’Europa insieme agli altri “PIIGS”, ma la Germania Est odierna, non la DDR dell’epoca che tutto sommato, piacesse o meno, nel blocco sovietico tirava le fila.
E una cosa importantissima da far notare è che i tedeschi che gestirono il processo di unificazione (Kohl, Schaeuble, Sarrazin…) sapevano BENISSIMO quali sarebbero state le conseguenze (se leggete “Anschluss”, un libro di Vladimiro Giacchè, avrete in merito testimonianze che in Italia non sono mai state riportate). Come diavolo potete seriamente credere che persone simili (perchè molti protagonisti sono gli stessi di allora, qualora non l’aveste capito. Schaeuble è ancora lì ad esempio, potentissimo, ancor più della Merkel) ora stia facendo tutto questo per il vostro benessere e possa farlo a maggior ragione in futuro con gli “Stati Uniti d’Europa”?

Sesto problema: infine, tutti oggi ammettono che questo è un sistema profondamente errato e squilibrato dove vige la legge del più forte che piano piano schiaccia tutti gli altri in una gara all’ultima esportazione e alla fine si auto-sbriciolerà perchè avendo ucciso tutti gli altri non avrà più nessuno a cui vendere le sue merci. E’ come se tutti fossero su un ring a scannarsi e dove la Germania oggi è contemporaneamente quella che si è dopata per combattere, l’arbitro e pure la moviola.
L’unione politica non farebbe altro che dare legittimità politica e, eventualmente, democratica, a questo sistema errato e squilibrato.

A quel punto saremmo veramente costretti a restare all’interno di questo sistema, saremmo veramente costretti a vivere eternamente come Paese svantaggiato, come Paese di secondaria importanza, come Paese succube, come una colonia, dove la cosa più spaventosa è che essendo il nostro un paese che grazie ad un lavaggio del cervello senza pari subito di continuo da Tangentopoli in poi è diventato stramaledettamente esterofilo, se non quasi auto-razzista, e dove qualsiasi minimo sentimento patriottico viene prontamente derubricato a “fascismo”, potrebbe pure diventare un’opzione gradita a molti, non volendo minimamente nemmeno capire cosa questo comporti ma fermandosi soltanto alla superficialità di frasi come “eh ma i politici italiani sono tutti ladri, a questo punto meglio farci comandare dai virtuosi politichi del Nord Europa che non rubbeno e non girano mica con l’auto bleu”.

In questi anni i nostri governi hanno steso tappeti rossi ai dikat economici di gente come il finlandese Olli Rehn, un calciatore fallito che a sua detta non conosce nemmeno i meccanismi dei cambi monetari, o come l’olandese Jerome Dijsselbloem, un agronomo prestato all’economia la cui massima pensata per risolvere la crisi greca è stata quella di proporre il pignoramento del Partenone. Questa è la gente a cui ci siamo affidati mani e piedi mentre ci scannavamo sul teatrino interno alla politica italiana sulle donne di Berlusconi e sulle balle di Renzi, perchè “eh ma noi abbiamo la kasta-gli scontrini-Il Trota-Batman Fiorito-Lusi-Abburlesqone che va a troie ed era pure amico di Craxxxi- siamo un popolo di corrotti ed evasori-però io mai evaso e mai corrotto”, e con la differenza non risibile che i Berlusconi, i Renzi, i Grillo, i Salvini e chiunque volete voi possiamo prenderli a calci in culo con le elezioni, ma questi qui ce li possiamo levare di mezzo solo se si schiantano in macchina e che in ogni caso, che ci sia uno o l’altro, hanno sempre la stessa, identica e criminosa ricetta. Proprio sicuri sicuri che ci abbiamo guadagnato e che a maggior ragione dandogli più potere col “più Europa” anche eleggendoli direttamente ci andremmo a guadagnare?

Conclusione: il “più Europa”, l’ultimo appiglio che è rimasto ai “sognatori” di sinistra e ai federalisti europei (si, alla fine Vendola e Alfano, la CGIL e Monti vogliono e chiedono la stessa cosa. Non lo trovate curioso?) per difendere un REGIME indifendibile, è una cosa assolutamente inattuabile. E anche qualora fosse attuabile, sarebbe comunque inaccettabile, inutile e dannosa.

AMARCORD

Prima della postilla finale, vi invitiamo a leggere la parte finale di un articolo del 1997 in cui l’economista italiano più titulato al mondo, Alberto Alesina, che prima di diventare capo-ultras dell’austerità espansiva salvo poi dover ammettere tramite il gemello Giavazzi che era una stronzata, aveva ben chiaro cosa sarebbe successo, e che a parte quella punta finale un po’ autorazzista (per tornare a quello che dicevamo sopra), riletto oggi suona come pietra tombale su ogni velleità del piùeuropeismo. Perchè in effetti, a quasi 20 anni da quelle parole, è proprio ciò che è successo e che sta succedendo. Il discorso riguardava il fatto che, secondo i politici che ci avevano portato nell’euro, l’unione monetaria avrebbe facilitato ed accelerato l’Unione politica, ed Alesina così sentenziava:

La realtà però è l’opposto. Con ogni probabilità i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa… Delle due l’una: o questo conflitto rivela forti differenze di filosofia sulla politica monetaria, oppure rivela forti tendenze nazionalistiche. In entrambi i casi, questo conflitto non rivela niente di buono sulla futura politica monetaria comune. Infine, per ciò che concerne l’Italia,  l’entusiasmo per partecipare all’Unione è descritto, anche in ambienti governativi, come un modo per difenderci da noi stessi, cioè un modo per trasferire potere politico a Bruxelles e Francoforte e toglierlo a Roma. Forse questo può sembrare un ottimo motivo per aderire all’Unione, ma, diciamocelo: che tristezza. (Eccetto per gli eurocrati).

POSTILLA FINALE.

Il “più Europa”, “gli Stati Uniti d’Europa”, avrebbero avuto un senso e magari avrebbero anche funzionato SOLO SE il progetto di unione politica e fiscale si fosse compiuto PRIMA di dare il via all’unione monetaria. E completare il percorso ora è economicamente e politicamente IMPOSSIBILE, INSOSTENIBILE, INUTILE E ANCHE DANNOSO.

Facendo il contrario di ciò che si doveva fare, quella che in origine doveva diventare una sempre più maggiore convergenza di economie tra loro parecchio distanti, ha avuto LOGICAMENTE l’effetto opposto, ed ora i costi del “più Europa”, per chi dovrebbe accollarseli, sono diventati del tutto insostenibili, così come insostenibili, di conseguenza, stanno diventando le tensioni politiche tra governi nazionali e le tensioni sociali dentro ogni paese.

Una delle dimostrazioni più lampanti del fatto che tutto stia andando al contrario è il fatto che ancora oggi, a fine 2016, alcuni Paesi facenti parte della UE ma non dell’euro (come ad esempio la Polonia) siano pesantemente beneficiati dai trasferimenti da altri Stati membri ancor maggiormente rispetto all’inizio della loro adesione alla UE, nonostante non siano poi entrati nell’euro anche se sarebbero obbligati a farlo e di più, non hanno nemmeno oggi alcuna intenzione di farlo in futuro (ultima in ordine di tempo la Romania, che doveva entrare nel 2013, poi rinviata l’adesione al 2017, poi al 2019, e a settembre il premier e la banca centrale hanno dichiarato che non se ne farà nulla almeno fino alla prossima decade inoltrata). Il fatto che ancora oggi ci siano Paesi che possano ritrovarsi a godere del beneficio di essere pagati profumatamente senza però al contempo doversi sobbarcare l’onere dell’euro spiega perfettamente perchè il gradimento verso la UE, inabissato nei Paesi più colpiti dalla crisi ma anche nel Nord Europa, sia oggi ai massimi proprio in quei Paesi beneficiati maggiormente dai trasferimenti, ma spiega ancor meglio la logica perversa di questo disegno: un livellamento perpetuo verso il basso, dove all’inizio, si diceva, i Paesi del Sud per il solo fatto di avere l’euro, si sarebbero presto ritrovati ai livelli di competitività di Germania e Francia e dove invece il risultato è stato quello di scavare un solco impressionante tra la Germania e tutti gli altri, Francia compresa, e dove Paesi come Grecia e Portogallo, invece di avvicinarsi allo standard di vita ad esempio dell’Italia, si sono visti superati come PIL pro-capite addirittura da paesi dell’ex blocco sovietico. Insomma, si accetta bellamente che un Paese come la Grecia venga letteralemente fatto a pezzi e diventi più povero della Lettonia o della Slovacchia, e nel frattempo si pagano profutamente ancora oggi Paesi UE senza l’euro o addirittura si sovvenzionano e facilitano percorsi di adesione alla UE di Paesi come Ucraina e Turchia per mere logiche geopolitiche spesso criminali. Del resto la UE è quella che ha anche vinto il Nobel per la pace, no?

Gli Stati membri, o meglio, alcuni Stati membri in particolar modo, hanno più colpe di altri perchè “non hanno saputo adattarsi alle nuove sfide” oppure “sono stati governati peggio”? Può essere, anzi, una parte di verità indubbiamente c’è. Ma per la situazione creatasi oggi è malafede cialtronesca ridurre tutto alle cattive politiche nazionali, o peggio ancora, come fanno in tanti, ai popoli “pigri”.

In ogni caso: si può tirare avanti fin che si vuole, si può stare insieme con la colla solo grazie a logiche geopolitiche “atlantiche” (diciamo così…) peraltro di dubbia utilità, ma più si va avanti, più la rottura sarà dolorosa.

A questo punto, parafrasando una storica frase di Andreotti: “Amo talmente tanto l’euro e l’Unione Europea che vorrei ce ne fossero 28”.

E purtroppo o per fortuna, a seconda di come la vedete, non si sa quando e non si sa come, così sarà. Inevitabilmente.

Il problema è più vasto, naturalmente. Non è circoscritto solo all’euro e alla UE. E’ il sistema del capitalismo attuale che va completamente rivisto, la globalizzazione che ha creato ovunque sacche enormi di povertà ed un divario sempre più ampio tra l’1% più ricco ed il 99% più povero. Ma l’euro e la UE, che dovevano meglio proteggerci da questa deriva nelle parole dei padri fondatori (“fuori c’è la Ciiiiina”, ad esempio), al contrario ci ha esposti maggiormente. La Cina (e non solo) è arrivata più facilmente a far man bassa delle nostre produzioni, e soprattutto un’altra Cina ce la siamo creata in casa, ovvero la Germania, che s’è gonfiata come una mongolfiera in un palazzo a tre piani. Per cui tornare ai cambi flessibili non è sufficiente, ma è clamorosamente necessario. Anche se nessuno sano di mente può pensare che basti per ritornare ai fasti del passato, è necessario cominciare da lì, possibilmente evitando di farsi trapanare il cervello dai nuovi “cattivi maestri” progressisti che propongono cazzate come “patrimoniali mondiali o europee” per salvarla (l’unione monetaria) e che passano tutto il tempo a parlare di come “combattere la ricchezza” senza minimamente accennare a come “combattere la povertà”, perchè no, non è la stessa cosa…

Dovremo rinunciare per sempre ad una sempre più maggiore convergenza tra popoli una volta tutto finito? Non è detto. Dopo un po’ di tempo fisiologicamente necessario per scrollarsi le scorie di dosso si potrà, anzi si dovrà imparare dagli errori del passato e si potrà riprendere gradualmente quello che in fin dei conti è un processo naturale che è ben lontano dall’aborto di queste ultime due decadi. E sugli errori commessi in questi 24 anni dopo Maastricht non basterebbero tre enciclopedie.

Il futuro sarà migliore? Speriamo… L’importante è che sia chiaro che l’euro e la UE (quest’ultima almeno come la conosciamo oggi) non sono destinati alla morte per la spinta dei “nazionalismi” e per i “populismi”, che sono le CONSEGUENZE di questa gestione scellerata dell’Europa, ma per le cause, ovvero i TRAGICI, DILETTANTESCHI E CIALTRONESCHI errori dei “moderati”, dei “democratici”, dei “progressisti”, dei “federalisti” e dei “liberali” che hanno portato questo meraviglioso continente ad essere il buco nero dell’economia mondiale e a far tornare gli spettri di un passato molto, troppo buio, dal quale ci auguriamo di scampare di tutto cuore, perchè, purtroppo, di lungimiranza politica che possa far pensare ad una rottura concordata e pacifica ad ora proprio non se ne vede in giro, anzi, si vedono solo delle gran vogliedi farla pagare cara in una situazione globale complessiva in cui il vento di guerra fredda si sta pericolosamente alzando.

L’Unione Europea non è l’Europa, la grande e meravigliosa Europa. L’Unione Europea è lo STUPRO dell’Europa. E l’euro non è una moneta comune, ma un metodo di governo, un rapace strumento di disciplina finanziaria dalle logiche economiche inesistenti e dalle basi moralistiche false e dannose perpetrate da chi in seguito ne ha tratto vantaggio a discapito di tutti gli altri.

In attesa della storia (che non sarà magnanima con chi ha creato tutta questa distruzione), state pronti…

L’IMMIGRAZIONE AI TEMPI DELLE REGOLE EUROPEE: “SE MANCANO LE RISORSE, LA SITUAZIONE SI FA ESPLOSIVA”

di avv. Vincenzo Valerio Donato, pubblicato su “http://www.ilcanavese.it

immigrazione

Nel I libro del Capitale, Karl Marx usa l’espressione “esercito industriale di riserva” per indicare la massa dei disoccupati. In un’ottica capitalistica, la funzione della disoccupazione è quella di mettere in concorrenza i lavoratori, evitare rivendicazioni sindacali e, fine ultimo, tenere bassi i salari per avere più margine di profitto.

Osservando i fenomeni di migrazione avvenuti nel tempo, si nota che il migrante quasi sempre viene utilizzato per ottenere forza lavoro a basso costo da parte delle élites del Paese di destinazione. È stato così nella tratta atlantica degli schiavi, allorquando, dal VI al XIX secolo, le potenze europee prima e gli Stati Uniti dopo, deportarono un’enorme massa di schiavi africani per farli lavorare nelle piantagioni e miniere, ed è così nei fenomeni migratori (semi) volontari moderni. Non stupisce, pertanto, che l’Unione Europea (ordinamento fortemente voluto dalle élites) incentivi i fenomeni di migrazione di massa, o sarebbe forse meglio chiamare “deportazione di massa”, poiché spesso queste persone scappano da guerre provocate dagli stessi Paesi occidentali.

L’Italia, insieme a Ungheria, Grecia e Spagna, è oggi particolarmente colpita dal fenomeno, poiché in ossequio al principio di assenza totale di solidarietà tra Stati deve far fronte al fenomeno con risorse proprie (ovvero con propri denari da prendere dai risparmi accumulati dai cittadini nei tempi di maggior benessere, non potendo oggi lo Stato creare moneta secondo bisogno).

Il trattato di Schengen regola l’apertura delle frontiere tra i Paesi firmatari, e dal 1999 fa parte a tutti gli effetti delle norme in vigore nell’Unione Europea. Lo scopo di tale convenzione fu la creazione di un’area priva di frontiere interne, imponendo ai soli paesi con frontiere esterne (Grecia, Italia, e Spagna esposte a sud est, Ungheria e Slovenia ad est) l’onere di controllare la grande frontiera esterna dell’Europa. A peggiorare la situazione sono poi arrivati gli accordi di Dublino, specialmente l’ultimo, che impongono allo Stato di ingresso del migrante di valutare la domanda di asilo (che spetta al rifugiato, cioè a chi “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale Paese”) o di protezione internazionale sussidiaria (che l’Italia riconosce a chi rischia di subire un danno grave se rimpatriato, a causa di una situazione di violenza generalizzata e di conflitto), e poi in caso di accoglimento, dove durante l’iter decisionale il migrante ottiene un permesso di soggiorno temporaneo, di ospitare il migrante, ovvero di rimpatriarlo (il tutto a proprie spese). Se non che poi molti rifugiati vogliono raggiungere i Paesi del nord Europa, ma ciò è vietato dai trattati e negli ultimi tempi ha causato la chiusura delle frontiere da parte di Francia e Austria.

In tale confuso contesto vi è stata la dichiarazione unilaterale da parte di Angela Merkel di voler accogliere i soli profughi siriani (quelli cioè dotati di maggiori competenze professionali nel Medio Oriente) per impiegarli nelle aziende tedesche anche al salario di 1€/h. Questo ha ovviamente causato una pressione enorme sulle frontiere dell’Ungheria che ha reagito recintando i propri confini per centinaia e centinaia di chilometri di filo spinato e denunciando gli accordi di Dublino, quando per contro la Grecia, nel 2013, fu minacciata di espulsione dall’Unione Europa se non avesse ben gestito l’ondata migratoria.

In Italia, dove tra l’altro la Confindustria ha ottenuto il permesso di inserire i rifugiati nelle aziende attraverso lo strumento dei corsi di formazione per farli lavorare gratis, invece, si è scelto di ‘modificare’ i confini: il canale di Sicilia di fatto si è espanso sino alle coste della Libia, dove la Marina Militare va a soccorrere i gommoni appena partiti (cosa molto nobile) ma dove in seguito, misteriosamente, gli occupanti, invece di essere riportati sul suolo libico vengono accompagnati nei centri di accoglienza italiani, ormai al collasso. Giova precisare che la Libia, che con Gheddafi era una sorta di “Svizzera d’Africa”, aveva incentivato un’enorme immigrazione dal resto del continente africano per avere la forza lavoro di cui necessitava. Rovesciato il regime del Colonnello, anche con l’aiuto dell’Italia seppur l’Italia vi fosse alleata, tutte queste persone e tutte quelle che continuano ad arrivarvi hanno cominciato ad imbarcarsi su battelli di fortuna, che, complice l’atteggiamento della Marina Italiana, vengono ora addirittura preparati proprio per poter navigare soltanto per una ventina di miglia.

In tutto ciò è letteralmente sbalorditivo l’atteggiamento della sinistra italiana, che negli anni ’90 sbraitava contro l’immigrazione (non sdegnata invece da Berlusconi, il cui elettorato di riferimento aveva bisogno di forza lavoro a buon mercato per le proprie fabbriche), e ora invece taccia di razzismo chiunque voglia anche solo minimanente approcciarsi al tema in termini obiettivi: questa immigrazione incontrollata impoverisce i Paesi di partenza, perché solo i migliori e i più fortunati riescono a fuggire, e impoverisce quelli di arrivo, perché contribuisce a creare quell’esercito industriale di riserva necessario per erodere ancora di più i diritti dei lavoratori. Ma non solo: per meglio accondiscendere il grande capitale, organizza campi di volontariato dove fa svolgere gratis ai profughi una serie di lavori che invece dovrebbero essere retribuiti.

In tutto ciò, i giovani italiani o si accontentano di contratti indecenti a chiamata di 15 giorni in patria, oppure, se hanno studiato, emigrano all’estero.

Nei centri e nelle comunità di accoglienza, infine, terminate le risorse (e cioè il denaro che come sappiamo in eurozona volutamente scarseggia), la situazione si fa esplosiva, perché cominciano a scarseggiare cibo e quel pochino di ‘argent de poche’ (esattamente 2,5 € al giorno a ospite) necessario perché queste persone possano avere una vita decente e non si rivoltino contro chi li accoglie.

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