Bernard Connolly: “Il cuore marcio dell’Europa”

di Admin Flà

Bernard Connolly è un economista britannico, liberista, libertario, thatcheriano duro e puro, e dato che molto spesso quando si parla delle critiche all’euro e/o all’intera costruzione europea si parla più spesso di economisti di orientamento keynesiano, questa è la classica testimonianza che il tema in questione va ben aldilà anche degli orientamenti accademici degli economisti che spesso, purtroppo, sfociano in un qualcosa più vicino ad un vero e proprio credo religioso, senza cioè quella flessibilità mentale che necessiterebbe il dibattito sulle analisi dei problemi economici dell’eurozona in special modo dal 2008 in poi.

Connolly sa bene di cosa parla, perchè fu membro dell’unità responsabile degli studi monetari per la Commissione Europea proprio ai tempi della costruzione dell’euro.

Quei tempi, quindi, li ha vissuti in primissima persona. Ha visto e sentito di tutto.

Ebbene, Connolly alla fine del 1995 fu da essa licenziato e addirittura mandato a processo per aver appena pubblicato il suo saggio “The Rotten Heart of Europe”, nel quale denunciava i comportamenti ‘criminosi’ di chi prima aveva gestito lo SME e a quel tempo stava implementando l’euro. Si appellò in seguito alla Corte di Giustizia Europea, ma il suo appello non ebbe successo.

Tanto per farvi capire com’era l’antifona già allora…

Il suo saggio, insieme ad alcuni altri lavori tra i quali spiccano quelli di Martin Wolf e Martin Feldstein, fu decisivo nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai fini della rinuncia del Regno Unito all’ingresso nell’euro. Dopo quella vicenda, Connolly, quasi sparì dalla circolazione per anni, ma con lo scoppio della crisi molta gente si ricordò di lui, e così Connolly ricominciò ad entrare nel dibattito.

Per Connolly, l’euro è il principale responsabile del declino dei paesi europei, specialmente quelli del Sud.

Nel 2011 ha rilasciato un’intervista alla TV di Stato olandese in cui ripeteva un po’ di concetti elencati nel suo saggio ed analizzava la situazione di quei giorni. Il 2011 infatti, come tutti ormai saprete, fu un anno fondamentale per capire certe dinamiche…

Rileggendole oggi, a fine 2016, le sue parole in quell’intervista risultano perfettamente attuale, se non per il fatto che all’epoca la BCE non aveva ancora implementato strumenti quali ad esempio LTRO e QE, quindi qualche cambiamento di qualche cifra di alcuni suoi calcoli nel frattempo si è verificato, ma nemmeno tanto. E comunque non toglie niente al valore che quelle parole hanno ancora oggi.
Il punto clou dell’intervista è l’attacco diretto alla tesi secondo la quale si possa uscire dalla crisi dell’euro facendo le tanto decantate #riformestrutturali, cioè soprattutto aumentando la produttività, cosa che detta da un liberista come lui ha un valore ancor più significativo.

La sintesi del suo pensiero è che chiunque oggi al governo in Europa, specialmente nei paesi del Sud, se davvero intende risollevare il suo paese deve PARTIRE obbligatoriamente dall’abbandono della moneta unica unica, perchè questo è l’unico modo per spazzare via la nomenclatura europea che è formata da persone il cui solo interesse è, grazie soprattutto alla sola esistenza della moneta unica, quello di proteggere loro stessi, e gli interessi di queste persone sono totalmente opposti agli interessi delle popolazioni.

 

Trascriviamo quindi questi circa 6-7 minuti d’intervista rilasciata alla TV olandese nel 2011:

connolly

 

” Potrebbe il blocco tedesco (Germania-Austria-Olanda-Belgio-Finlandia, ndr) uscire dall’euro? E cosa potrebbe succedere? Beh, l’euro rimanente per gli altri, ammesso e non concesso che resista in seguito alla speculazione, diventerebbe legittimamente molto più debole, perchè rifletterebbe condizioni simili alle economie di Italia, Francia, Spagna e Portogallo molto più di quanto faccia ora.

I paesi del blocco tedesco nel frattempo usciti avrebbero così valute considerevolmente apprezzate rispetto a quanto hanno oggi con l’euro, e dato che soprattutto la Germania ha enormi surplus delle partite correnti è del tutto normale che abbia una valuta molto più forte. Questo è logico, e sarebbe inoltre molto positivo per gli aggiustamenti globali.

L’euro è l’espressione di un’ambizione che è soltanto politica e che è stata volontariamente camuffata da espressione economica.

Venti anni fa il messaggio di propaganda della Commissione Europea era che la moneta unica avrebbe permesso ai paesi aderenti di aumentare la propria prosperità, anticipare i benefici ultimi dell’essere in un grande mercato unico e aumentare la stabilità finanziaria e politica. Ma è davvero difficile per me pensare che qualcuno ci abbia mai creduto sul serio, e se qualcuno l’ha fatto, beh, lasciatemi dire che è un pessimo economista. Era chiaro dal primo momento che unendo paesi con così diversi standard di produttività, standard di vita e di sviluppo economico, in un’istituzione monetaria valida per tutti e per questo adatta pressochè a nessuno, non poteva funzionare ed avrebbe creato enormi problemi.

La crisi finanziaria prima e la crisi del debito sovrano poi, sono state solo la sintesi dei problemi reali di bolle che la sola esistenza dell’unione monetaria ha creato. Bolle immobiliari e di capitale domestico soprattutto. Queste bolle sono state letteralmente esacerbate, sono state rese peggiori dall’idea deliberatemente inculcata dalle autorità politiche fedeli alle autorità di Bruxelles che semplicemente facendo parte dell’euro sarebbero svaniti i premi-rischio, come ad esempio che il 4% di interessi in Grecia valesse quanto il 4% in Germania. E’ un’assurdità totale!

Il problema è che se un paese non può più disporre della sua moneta, che cosa succede? Che possibilità ci sono che queste divergenze possano essere contenute senza meccanismi di aggiustamenti tramite trasferimenti fiscali dai paesi più beneficiati a quelli più penalizzati dalla moneta unica? Assolutamente nessuna, anche perchè, di fatto, alcuni paesi sono già insolventi.

Il Portogallo, ad esempio, ha un debito estero al 235% del PIL e che continuerà a peggiorare rapidamente con buona pace del FMI. Il paese è di fatto insolvente all’interno dell’euro. Lo stesso vale anche per Grecia e Spagna, e verosimilmente presto anche per Francia e Italia. La vastità delle cosiddette ‘riforme strutturali’ che questi paesi dovrebbero fare per uscire da questo disastro sono semplicemente impensabili da attuare.

Ho calcolato, ad esempio, che la Grecia per risolvere i suoi problemi via riforme strutturali dovrebbe aumentare la sua produttività più del 100%! Che posso dirvi, possiamo anche sederci e pregare che accada, ma non accadrà mai. Pertanto la convinzione tedesca che serve l’austerità per questi paesi non porta da nessuna parte. La Germania però sa bene che al livello di squilibri in cui è arrivata l’eurozona, a loro conviene così perchè altrimenti le opzioni rimanenti sono peggiori per loro.

Una è che escano loro dall’euro o esce qualcun altro, e ciò comporterebbe l’aumentare il livello dei prezzi delle merci tedesche anche del 70% in 5 anni. Con tassi d’interesse allo 0% o addirittura negativi vorrebbe semplicemente dire espropriare i cittadini tedeschi.

Un’altra: si fa la redistribuzione fiscale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, e a quel punto la Germania dovrebbe pagare una cosa come l’8% o anche il 10% del PIL agli altri membri dell’eurozona. Ogni anno. Per sempre.

Quindi il governo tedesco deve mettersi in testa una semplice cosa: che benchè tutte le vie d’uscita da questo casino siano disastrose, la meno disastrosa sarebbe certamente quella di rompere l’eurozona. Il problema è che questo andrebbe contro le loro ambizioni politiche di “dominio” in Europa che hanno portato avanti negli anni.

Senza aggiustamenti, tutti o quasi vanno in bancarotta, e i loro creditori non ottengono nulla. Oppure invece si fanno aggiustamenti tramite depressione e deflazione, ma i paesi periferici vanno in bancarotta uguale e i loro creditori non ottengono comunque nulla. Rimane quindi la redistribuzione fiscale, che però è impossibile anche solo pensarla visto l’ammontare di cui dovrebbe farsi carico la Germania… beh, allora che altro rimane? Si potrebbe aumentare la competitività dei paesi periferici attraverso un massiccio deprezzamento dell’euro? Si, in teoria si, ma quanto dovrebbe essere il deprezzamento dell’euro tenendo conto che varrebbe per tutti ma che tutti necessiterebbero di un valore diverso? Secondo i calcoli che ho fatto, nel caso della Grecia l’euro dovrebbe scendere a 34 centesimi sul dollaro, per la Spagna a 38 centesimi. Dall’altro lato della medaglia, ovvero in Germania, con un saldo delle partite correnti tale, l’euro dovrebbe andare a 2,35 sul dollaro. Questo intervallo tra 0,34 in Grecia e 2,35 in Germania credo indichi come meglio non si potrebbe il perchè è impossibile che l’euro funzioni.

Non è assurdo che ad esempio Germania e Olanda condividano una moneta, ma è certamente assurdo che lo facciano Germania e Spagna. Avrebbe senso se la Germania insieme ai suoi “satelliti”, mi si lasci passare il termine, lasciassero l’euro così come avrebbe senso per i paesi del Sud.

Io sinceramente fatico a vedere una via d’uscita con non lasci strascichi per nessuno, tantomeno per la Germania. Francamente, ho paura. C’è un blocco permanente i cui interessi, insieme, hanno prodotto un sistema i cui effetti sono perversi, e un giorno bisognerà attribuire a queste persone un certo grado di colpa. Tutti agiscono nell’ interesse personale in una qualche misura, ma non si può chiudere un occhio per non guardare a quello che sta accadendo nei paesi dell’Europa del Sud e pensare che in fondo ‘eh pazienza, non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo’. Questo non ha nulla a che fare con l’economia, con la politica, con i principi di solidarietà con cui l’Unione Europea si riempie la bocca e con il principio di “uguali nelle diversità” con cui l’Unione Europea è nata. Questa è soltanto perversione morale!

E questo è, appunto, l’atteggiamento delle autorità europee, ovvero del non poter fare la frittata senza rompere qualche uovo. Peccato che le uova in questo caso si traducono con la sofferenza ingiustificata di milioni di persone per un frittata che si traduce miseramente con un ‘beh, domineremo il mondo lo stesso’. “

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