(NUOVO TESTAMENTO). DOPO L’EURO: COSA FARE NELL’IMMEDIATO. SETTE LINEE GUIDA E VENTI SUGGERIMENTI

di Admin Flà, Admin Gian, Admin Zan

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LINEE GUIDA

1) FINALITA’ DELL’USCITA. Con “uscita dall’euro” si intende il pieno riscatto della sovranità economica del paese riprendendo il pieno controllo della leva valutaria, lasciando fluttuare liberamente il tasso di cambio nominale sui mercati facendo in modo che rispecchi il reale andamento dell’economia. Si intende il ristabilire la piena sovranità politica e democratica sul potere tecnocratico basato sul cosiddetto “vincolo esterno”, lasciando al potere esecutivo indicato dagli elettori attraverso il normale processo democratico la facoltà di determinare nuove parità qualora si renda necessario in particolare come strumento di difesa nel caso di shock esogeni, che siano essi determinati da crisi economiche alle quali il paese sia particolarmente esposto o da politiche commercialmente aggressive di altri paesi, con l’unico obiettivo di favorire un percorso di crescita equilibrato che sia guidato da un’economia basata sui salari e non sul debito, favorendo la competitività. Si intende inoltre il pieno riscatto della sovranità fiscale e legislativa, riottenendo l’autonomia indispensabile per poter attuare ogni decisione a tutela del welfare, del lavoro, dell’impresa pubblica e privata.

 

2) BANCA CENTRALE IN SIMBIOSI CON IL POTERE ESECUTIVO. Riaffermare il principio cardine interrotto nel 1981 che la Banca Centrale è un potere dello Stato determinante ai fini di una corretta distribuzione del reddito e un organo soggetto esclusivamente al potere esecutivo, e non più un potere tecnico indipendente all’interno dello Stato e soggetto a vincoli esteri.

 

3) RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO. Reintrodurre la legge bancaria del 1936 facente riferimento al Glass-Steagall Act del 1933 in sostituzione della legge bancaria del 1994, ristabilendo la separazione delle funzioni operative fra le banche commerciali e banche d’affari.

 

4) “VINCOLO DI PORTAFOGLIO”. Ripristinare la norma introdotta nel 1973 e poi abrogata nel 1983 che prevedeva l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino ad una quota (prestabilita in %) del proprio attivo, in modo da controllare il costo del debito pubblico favorendone un più ottimale collocamento.

 

5) POLITICA FISCALE. Riprendere il pieno controllo della politica fiscale per poter agire in caso di necessità con politiche anticicliche ed evitare di essere costretti ad agire solo in funzione prociclica (ovvero a rispondere alle crisi, endogene o esogene, con tagli). Abolire la norma che sancisce l’obiettivo del pareggio di bilancio e di rientro progressivo del debito pubblico entro il 60% stabiliti da trattati capestro quali il “Patto di stabilità e crescita” e il “Fiscal Compact”, per poter avere prima la flessibilità di bilancio necessaria al fine di perseguire l’obiettivo della piena occupazione. I debiti vanno pagati, ma si pagano soprattutto favorendo il lavoro e la crescita, non con l’austerità e con tagli in regime di moneta costantemente sopravvalutata.

 

6) COMMERCIO CON L’ESTERO. Orientare il più possibile la politica economica verso un sostenibile equilibrio della bilancia dei pagamenti e non all’equilibrio del bilancio pubblico. Incentivare una politica di scambi con l’estero basata sul fondamento che gli squilibri eccessivi e persistenti della bilancia commerciale (saldo tra importazioni ed esportazioni), siano essi surplus o deficit, debbano essere combattuti in modo equivalente. Avere un saldo commerciale eccessivamente sbilanciato sull’import comporta penalizzare oltremodo la produzione interna causando risvolti negativi sull’occupazione, avere al contrario un saldo commerciale eccessivamente sbilanciato sull’export può alimentare tensioni politiche con i partner al costo di comprimere diritti e tutele sul lavoro.

 

7) REDDITI, SALARI E INFLAZIONE. Ristabilire una politica di difesa dei redditi adottando meccanismi d’indicizzazione che proteggano il salario reale, il potere d’acquisto ed il risparmio come sancito da Costituzione, in modo da evitare l’accrescere di squilibri distributivi che possano sfociare in crisi debitorie e di domanda.

 

ANALISI E SUGGERIMENTI

1) Per favorire il superamento dell’attuale crisi, che è una crisi di domanda, occorrerà agire con spesa da parte dello Stato come ormai riconosciuto anche dai massimi teorizzatori dell’austerità in risposta alla crisi dell’eurozona. Per fare in modo che questa spesa sia efficiente e non generi ulteriore indebitamento dovrà essere finanziata con moneta. Da qui la necessità primaria dell’uscita dalla moneta unica europea, preso atto dell’impossibilità che ciò possa avvenire tramite la Banca Centrale Europea causa rigidi vincoli di mandato e veti politici da parte di alcuni Paesi membri. Dal 1992, eccetto un anno (2009) l’Italia è in avanzo primario (cioè lo Stato incassa più dai loro cittadini tramite tasse di quanto spende per loro in servizi), sarà necessario quindi invertire pesantemente la rotta almeno inizialmente per dare slancio alla ripresa. Una volta raggiunto uno standard di crescita sufficiente si potrà poi procedere eventualmente ad un contenimento maggiore della spesa pubblica, che incide in modo sostanziale sul PIL ma che per evitare spirali recessive ancora più incisive è indicato rivedere al ribasso quando lo stato generale dell’economia è in salute con un mercato privato che possa fungere da ammortizzatore necessario. Esempio: Regno Unito post-crisi finanziaria, dove una cospicua svalutazione della sterlina in difesa dell’economia ed un biennio di deficit pubblici superiori al 10% hanno permesso al Paese di riavvicinare la quota di PIL antecedente la crisi molto più rapidamente rispetto ai paesi dell’eurozona, potendo così scegliere in seguito di tagliare la spesa senza conseguenze negative. Il problema della spesa pubblica italiana in queste tre ultime decadi non è stato un problema di dimensioni e nemmeno di sostenibilità, ma un problema di errati allocamenti verso attività poco produttive, che però, durante la crisi, hanno paradossalmente evitato al paese un tracollo ancora maggiore dei consumi e della domanda interna.

 

2) Tornare a valorizzare il tessuto economico portante del paese, ovvero la piccola media impresa, favorendo politiche dell’occupazione che portino ad una crescita sostenibile e mettendo in campo una seria politica industriale volta in primis alla tutela del Made In e al riattivamento del tessuto industriale perduto negli anni della crisi. Negli anni dell’eurozona, il modello delle “fusioni” e del “grande mangia piccolo”, che secondo i teorizzatori ci avrebbe garantito una maggiore competitività nel mercato globale, si è rivelato fallimentare e dannoso. I dati recenti dimostrano infatti che nel mezzo del bagno di sangue della produzione che ha causato numerosi fallimenti, sono state proprio le PMI ad aver resistito meglio delle grandi, mentre al contrario non si contano nemmeno più le grandi industrie italiane passate in questi anni in mano straniera, dall’alta moda alle industrie alimentari e via via per finire alla meccanica e all’arredamento.

 

3) Per velocizzare il processo di ricostruzione industriale ponendo rimedio ad anni di mercato alterato che facilita importazioni di beni e materiali che in precedenza il paese produceva autonomamente, potrebbe rendersi necessaria l’attivazione di un circuito di fabbriche e coltivazioni mirate proprio alla produzione di questi beni e materiali, anche attraverso la nazionalizzazione di imprese strategiche.

 

4) Per velocizzare il processo di abbattimento della disoccupazione ormai strutturale in doppia cifra, lo Stato potrebbe, per un periodo limitato, finanziare un programma transitorio di lavoro che possa permettere ai disoccupati italiani di rimettersi sul mercato con un salario dignitoso in attesa che il mercato privato possa riassorbirlo, svolgendo ad esempio lavori volti in primis alla cura dell’ambiente e delle persone in difficoltà. Questa misura sarebbe certamente migliore di ipotesi come il “reddito di cittadinanza” o similari.

 

5) Ingenti somme di denaro pubblico dovranno essere destinate il più velocemente possibile alla messa in sicurezza del territorio e del patrimonio naturale, culturale e artistico.

 

6) Riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica e ospedali in primis) e adeguare la dotazione infrastrutturale con precedenza alle reti di trasporto locale.

 

7) Porre immediatamente fine alla precarizzazione selvaggia sul mondo del lavoro attuando una riforma volta ad una maggiore stabilizzazione dei percorsi lavorativi, senza distinguo tra pubblico e privato.

 

8) Definire le linee di un piano energetico nazionale incentivando le energie rinnovabili con l’obiettivo strategico di ridurre progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili senza per questo criminalizzarle, ricordando infatti che le importazioni di materie prime oggi incidono, come costo, ad una cifra equivalente a circa il 2,5% del PIL del paese.

 

9) Il volume attuale della spesa in ricerca e sviluppo è circa la metà rispetto alla media dei nostri principali partner commerciali. E’ necessario quindi adeguarla prontamente.

 

10) Anche sul digitale siamo indietro rispetto alla media dei paesi OCSE. Ciò penalizza la crescita soprattutto in prospettiva e si rende perciò necessario adoperarsi per recuperare il gap al più presto.

 

11) Riforma della pubblica amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e alla lotta alla corruzione, incidendo soprattutto sulla disciplina delle società a partecipazione pubblica, disciplinando le nomine ed i controlli di legittimità sugli atti.

 

12) Efficientare, e non tagliare, la spesa sanitaria, che occupa gran parte della spesa pubblica totale, adottando in primis il modello dei “costi standard” per ogni regione.

 

13) Altra voce preponderante della spesa pubblica sono le pensioni. E’ necessario immediatamente ristabilire giustizia sociale abrogando la riforma delle pensioni “legge Fornero” del 2012, risarcendo in modo definitivo gli esodati ed attuando una nuova legge che abbia come stella polare la facilitazione del ricambio generazionale sul lavoro, abbassando l’età pensionabile anche per favorire un più rapido ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

 

14) Attuare una forte politica di semplificazione normativo/burocratica per incoraggiare l’avvio di nuove attività commerciali in tempi simili alla media OCSE.

 

15) Incentivare la creazione di lavoro produttivo nel Mezzogiorno per limitare i trasferimenti fiscali arrivati ad un livello ormai insostenibile, diminuendo progressivamente il lavoro “sussidiato” in modo da togliere il Sud dalla desertificazione industriale e in modo che il resto del paese possa allocare in modo più produttivo le sue risorse a beneficio delle proprie comunità.

 

16) Con la riaffermazione della sovranità in tema economico, fiscale e legislativo, inevitabilmente si dovrà ridiscutere anche Schengen, qualora esistesse ancora. In ogni caso è necessario stabilire un piano standard sull’immigrazione (al netto di gravi e particolari emergenze che richiedono l’incondizionata solidarietà) che tenga conto delle contingenze economiche del paese, disincentivando la politica delle “porte aperte” in caso di crisi particolarmente incisive e/o disoccupazione elevata e viceversa adeguarsi alle richieste sul mercato del lavoro in caso di crescita e/o bassa disoccupazione a seconda di quanto essa sia pronunciata. Affermare con chiarezza che può inserirsi nel tessuto sociale del paese solo chi è in regola, sempre al netto di gravi e particolari emergenze. Attuare un vero piano sociale di integrazione in modo da facilitare l’inserimento degli immigrati nella vita del paese per non lasciarli alla deriva una volta arrivati come succede ora, costringendoli di fatto alla clandestinità, al consegnarsi alla criminalità più o meno organizzata e allo sfruttamento, immettendosi sul mercato del lavoro creando una competizione sempre più al ribasso con il rischio di innescare bombe sociali sempre meno controllabili.

 

17) Il livello di tassazione dovrà sempre tenere conto del principio di progressività e la pressione fiscale in generale dovrà essere equilibrata come ci indica la Costituzione. Se da un lato una riottenuta sovranità della politica fiscale ha la funzione, tra le altre cose, di favorire politiche anticicliche in caso di crisi, dall’altro lato questo deve valere anche in caso di crescita sostenuta per evitare, ad esempio, la possibilità che si creino bolle speculative, in special modo immobiliari, agendo sulla leva fiscale in modo equilibrato, evitando comunque sempre il più possibile di penalizzare i consumi. La pressione fiscale complessiva deve essere pesantemente ridotta, tenendo conto del fatto che la grande ricchezza privata, se ottenuta onestamente, non va mai criminalizzata. Aliquote troppo alte per le grandi ricchezze hanno la sola funzione di far evadere i capitali verso altri lidi, ed in questo caso le manovre governative di correzione, per non parlare in casi limite delle tanto declamate “patrimoniali”, finiscono sempre per pesare sul ceto medio e sui meno abbienti.

 

18) Riorganizzazione degli enti locali volta ad efficientare i costi senza compromettere l’autonomia della quale necessitano diversi territori. Potrebbe essere una buona idea quella della creazione di aree macroregionali più grandi in sostituzione delle attuali regioni, mentre non si vede il motivo dell’accorpamento o addirittura soppressione di alcuni comuni, che incidono molto meno sui costi ed hanno il pregio di essere più vicini alla popolazione. In ogni caso, per rendere più efficace l’azione dei sindaci è necessario rompere del tutto il “patto di Stabilità”. Ogni qualsiasi voglia riforma dovrà comunque avere come primo fondamento il rispetto delle tradizioni, dei percorsi storici e dei criteri geografici di ogni singolo ente territoriale.

 

19) Lo Stato deve essere sempre in grado di farsi completamente carico delle finanze per la cura degli anziani, gli infermi e i disabili.

 

20) La Banca d’Italia deve tornare a garantire pienamente tutti i conti correnti bancari degli italiani.

 

 

 

 

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